20 gennaio 2020
Aggiornato 19:00
Roma ha fatto venire a galla un sostanziale conflitto d'identità

Tutte le beghe del centrodestra, e un'unica grande assente: Roma

Dilaniato da beghe politiche tutt'altro che secondarie - visto che riguardano un «padre» (il Cav) troppo ingombrante che si rifiuta di far spiccare il volo ai «figli» (Salvini e Meloni) più che maggiorenni -, il centrodestra si sta dimenticando della questione più importante: la città di Roma.

ROMA – A nessuno saranno sfuggite le vicissitudini che, nelle ultime settimane, hanno letteralmente sconquassato il cantiere del centrodestra, pericolosamente simile a una rissosa assemblea di condominio. Difficile non aver intercettato nemmeno per sbaglio le molte puntate di questa soap-opera poco edificante, con la gaffe di Guido Bertolaso sui rom, il colpo di mano di Salvini, le dichiarazioni al vetriolo di Berlusconi, le pseudo-primarie e le gazebarie, la Meloni che si sfila e poi si ributta nell’agone, dopo l'«amorevole» consiglio dell’ex capo della Protezione Civile di pensare alla sua maternità imminente. Consiglio che, invece, l’ha spinta a dimostrare (e a buon diritto, a detta dell’indignata stampa bipartisan) che sì, una mamma può benissimo fare il sindaco. C’è sicuramente una cosa, però, di cui nessuno avrà sentito parlare in questi giorni, nemmeno per sbaglio: Roma. Perché mentre i leader del centrodestra erano impegnati ad accapigliarsi l’un l’altro come nella più classica puntata di Forum (e c’è stato anche chi, lo ricordiamo, era a un passo dal candidare Rita Dalla Chiesa), la città continuava silenziosamente ad affrontare i problemi di ogni santo giorno: mezzi pubblici al collasso, immondizia ovunque, corruzione endemica, illegalità diffusa.

Chi si ricorda di Roma?
Qualcuno ha forse sentito parlare dell’ultimo rapporto della Autorità Anticorruzione di Raffaele Cantone, che ha documentato «la sistematica e diffusa violazione delle norme» da parte degli impiegati comunali, a cominciare dai dirigenti? Certamente no, visto che nessuno vi ha fatto cenno. Si sa tutto dei veti, dei giochi di potere, del braccio di ferro sulla leadership, ma nessuno sa niente su che cosa abbia in mente il centrodestra – o meglio, i suoi vari e scomposti frammenti – per la città di Roma. È come se, improvvisamente ipnotizzati dal teatrino delle beghe politiche, gli enormi problemi della Capitale – che, lo ricordiamo, quest’estate ha dedicato una romantica pioggia di petali alle esequie di un boss mafioso, finendo sulle prime pagine di tutto il mondo – fossero magicamente scomparsi. E invece sono rimasti lì: perché Roma è una città – è superfluo ricordarlo – che ha bisogno di una squadra di governo compatta ed efficiente, irreprensibile, con idee chiare, e tanta competenza e determinazione.

L’annosa questione dell’identità del centrodestra
Se non altro, invece, tutta questa triste faccenda ha portato a galla la «questione delle questioni» del centrodestra, quell’ostacolo che tutti intravvedevano anche all’indomani della manifestazione di Bologna dell’8 novembre, ma che pochi osavano evocare per paura di rovinare un sogno: la questione dell’identità. Un’identità che – lo si è visto a Roma – Silvio Berlusconi non rinuncia a dettare, anzi ad imporre, agli (ex?) alleati, determinato a non mollare quello scettro che ormai – bisognerebbe ammetterlo – non avrebbe più né la forza né la legittimazione elettorale per portare. La domanda che silenziosamente da mesi si insinua nel popolo di centrodestra è in che modo l’alleanza contro Renzi avrebbe potuto funzionare, con tre forze politiche su alcuni temi chiave – come l’Europa – tanto distanti tra loro, e un elettorato a cui rendere conto. È una questione di fondo, sostanziale: Salvini e Meloni hanno un progetto preciso su come impostare i rapporti con la tecnocrazia di Bruxelles – cioè quello, di pari passo con altre forze euroscettiche straniere come il Front National di Marine Le Pen, di allentare il più possibile la presa –; lo stesso non si può dire, invece, di Berlusconi, a capo di un partito per tradizione convintamente europeista, seppur critico verso certe derive dell’Ue. Si pensi, però, anche ai rapporti con Renzi, con cui non molto tempo fa il Cavaliere non ha disdegnato di stringere il famigerato «patto del Nazareno», poi clamorosamente fallito: Salvini, invece, ha addirittura dichiarato che, se a Roma e Torino si arrivasse a un ballottaggio tra Pd e Movimento Cinque Stelle, il suo voto andrebbe indubbiamente ai pentastellati. Una dichiarazione da non prendere alla leggera: perché, lungi dall’essere un endorsement a Beppe Grillo, è però una chiara indicazione di intenti. E l’intento, qui, è quello di non far vincere Renzi, anche a costo di sostenere una forza politica pur sempre «rivale», ma perlomeno più vicina alla Lega su temi fondanti come i rapporti con l’Europa.

Un padre ingombrante
E non è affatto un caso che, come riportano tutti i giornali in queste ore, la rottura tra Salvini e Berlusconi si sia consumata anche a Torino: lì, il Cavaliere ha candidato Osvaldo Napoli, democristiano doc, esattamente il profilo davanti al quale il leader della Lega non può che storcere il naso. E per fortuna – avrà forse pensato Salvini – che l’ex faro del centrodestra se l’era presa con i «politicanti» che non saprebbero nemmeno amministrare un’edicola. Ad ogni modo, anche a Torino è accaduto quello che abbiamo visto a Roma: il vecchio leader che ha letteralmente imposto un profilo, senza nemmeno consultare i due giovani leader. Che saranno anche «giovani», almeno rispetto a lui, ma sono ormai abbondantemente maggiorenni, e hanno un elettorato in fermento pronto a sostenerli. E visto che la stampa, in queste ore, fa un gran parlare di «parricidio», sono i «figli» a voler uccidere il «padre», o è il «padre» ad essere divenuto davvero troppo ingombrante?