4 dicembre 2021
Aggiornato 02:00
Vespaio di polemiche sulla giunta Maroni

Vista dall'estero, la legge anti-moschee è degna di Kafka e Orwell. Oltre a odorare di incostituzionalità

C'era da aspettarselo. La legge anti-moschee varata dalla giunta Maroni in Lombardia ha attirato molte critiche. E non soltanto dalle opposizioni - che la accusano di essere incostituzionale - e dalla comunità islamica - che la paragona alle leggi razziali del 1938. Ad analizzarla sarcasticamente e criticamente, anche il docente dell'Università di Bristol e giornalista inglese John Foot.

MILANO – La cosiddetta legge «anti-moschee» approvata dalla giunta Maroni in Lombardia un risultato l’ha già ottenuto: quello di sollevare un vespaio di polemiche. Del resto, c’era da aspettarselo. Pesanti critiche sono giunte dalle opposizioni regionali, Patto Civico e PD, dopo che le modifiche dell’ultima ora presentate da parte dello stesso centrodestra, in risposta alle accuse di incostituzionalità sollevate dalle opposizioni, hanno rimosso il divieto assoluto di edificare luoghi di culto per quelle religioni, come l’Islam, che non hanno stipulato intese con lo Stato, introducendo però a loro danno prescrizioni più penalizzanti. Non solo le opposizioni politiche e la comunità musulmana, però, hanno avuto da ridire. A commentare sarcasticamente la norma, ci ha pensato nientemeno che un professore universitario, scrittore e giornalista inglese.

IL PROFESSORE DI BRISTOL RIDE DI QUESTA LEGGE SU INTERNAZIONALE – La penna è infatti quella di John Foot, illustre docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Italiano dell’Università di Bristol, nonché collaboratore della rivista Internazionale. La tesi del professore, che peraltro ha fatto notare come questa legge sia stata  approvata proprio nel Giorno della Memoria, è semplice: tale norma, «a causa del modo in cui è scritta, renderà molto difficile, se non impossibile, costruire un nuovo edificio religioso, e soprattutto una moschea. Calata in questo contesto, è in tutto e per tutto una legge antimoschee». Anche perché, fa notare Foot, sottoporre la costruzione dei minareti alla decisione di una cosiddetta «consulta regionale», in una regione, come la Lombardia, a maggioranza leghista, equivale, in pratica, a vietarla: «Tenuto conto degli equilibri di potere in regione, le possibilità che un simile organismo possa consentire la costruzione di una moschea sono probabilmente inferiori allo zero», scrive Foot. E, come se non bastasse, «la legge stabilisce che ‘vengono acquisiti i pareri di organizzazioni, comitati di cittadini, esponenti e rappresentanti delle forze dell’ordine oltre agli uffici provinciali di questura e prefettura al fine di valutare possibili profili di sicurezza pubblica, fatta salva l’autonomia degli organi statali’»: cosa che, come si può facilmente immaginare, non faciliterà certo l’apertura dei minareti.

NORMA DEGNA DI KAFKA E ORWELL - Altro requisito normativo contestato da Foot, il fatto che «qualsiasi nuovo edificio religioso» debba essere «isolato dagli altri edifici (come una sorta di lebbrosario religioso)»: «ci dovranno essere delle ‘distanze adeguate tra le aree e gli edifici da destinare alle diverse confessioni religiose. Le distanze minime sono definite con deliberazione della Giunta regionale’». E, secondo il professore dell’Università di Bristol, questo articolo neanche Kafka «avrebbe potuto scriverlo meglio. Nessuno sa quali siano queste ‘distanze minime’, ma di sicuro saranno abbastanza elevate, se a stabilirlo saranno Calderoli e compagnia bella». Foot non si accontenta, però, di citare solo l’autore della Metamorfosi; per commentare questa legge, infatti, tira in causa anche Orwell: perché, a suo avviso, la «continua sorveglianza» cui i minareti dovranno essere sottoposti è degna nientemeno che del Grande Fratello di 1984. Per non parlare del fatto che tale impianto di videosorveglianza debba essere «con onere a carico dei richiedenti»: «i musulmani», fa notare lo scrittore, «dovranno dunque pagare per sorvegliare se stessi». Altro aspetto «surreale», «la congruità architettonica e dimensionale degli edifici di culto previsti con le caratteristiche generali e peculiari del paesaggio lombardo». Ma quali sono di preciso, si chiede Foot,  le «’caratteristiche generali e peculiari del paesaggio lombardo’? Le Cascine? Il grattacielo Pirelli? Il paesaggio di Quarto Oggiaro? La Bovisa? L’Ikea di Carugate? L’enorme torre di vetro costruita da Roberto Formigoni per il palazzo della regione? Mi piacerebbe averne un esempio», osserva provocatoriamente. Quello che pare certo al professore di Bristol è che tale paesaggio non contempli le moschee.

IL PARCHEGGIO, VERO CUORE DELLA QUESTIONE - Il vero cuore della faccenda, però – osserva Foot –, la «questione centrale legata all’islam e all’occidente», è il dramma che ogni milanese che si rispetti vive ogni giorno: il parcheggio. Già, perché «ogni nuovo spazio religioso, secondo questa legge, dovrà avere ‘uno spazio da destinare a parcheggio pubblico in misura non inferiore al 200 per cento della superficie lorda di pavimento dell’edificio da destinare a luogo di culto’». Al professore inglese non sfugge quanto sia difficile, in una città come Milano, che un edificio possa avere a disposizione un parcheggio grande il doppio delle sue dimensioni. E il commento di Foot non si fa attendere: «Dimenticate lo ‘scontro di civiltà’. Chi se ne frega del terrorismo e dell’estremismo. Quello che importa davvero è la ricerca di un posto in cui parcheggiare. E la regione Lombardia ha finalmente trovato una soluzione a questo problema che ha afflitto la vita della gente per anni. Era ora. Abbiamo una risposta: più moschee=più parcheggi. Sarebbe uno slogan elettorale perfetto».

COMUNITÀ ISLAMICA: SIAMO TORNATI ALLE LEGGI RAZZIALI - Nel frattempo, fa ancora notare Foot, ci sono 420mila musulmani in Lombardia, il cui diritto di praticare la propria religione è sancito nientemeno che dalla Costituzione. «L’Italia è un paese multiculturale e multireligioso, anche se non vuole esserlo», sottolinea il professore. Al di là dell’ironia, la questione è seria. Secondo l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, «quando una legge nega o rende estremamente difficile la serena pratica di un diritto sancito dalla Costituzione della Repubblica si realizza un vulnus che non colpisce soltanto la parte o comunità presa di mira e osteggiata, ma l’intero Paese»; addirittura, tale norma avrebbe «sinistre somiglianze, nello spirito, a quelle leggi razziali che dal 1938 e fino alla caduta del fascismo, ruppero tragicamente la solidarietà tra le istituzioni dello Stato e una parte dei suoi cittadini».  Molto scettiche – ma c’era da aspettarselo – anche le opposizioni, che non si accontentano della parziale modifica della norma: «Prevedendo regimi differenti per le confessioni che hanno sottoscritto l'intesa con lo Stato e per quelle che non l'hanno fatto – ha spiegato il consigliere del Patto Civico Roberto Bruni -, la legge opera comunque una discriminazione e rimane quindi incostituzionale».  Dello stesso avviso, il consigliere regionale del Pd Jacopo Scandella:  «Questa legge non risolve un solo problema. I musulmani continueranno a pregare per strada, negli scantinati o in centri culturali spesso fatiscenti e difficili da controllare, come hanno fatto fino ad ora. [...] Questa legge è un clamoroso errore, utile solo a fomentare lo scontro tra cittadini, prima che tra religioni, esattamente ciò che fa comodo alla Lega».  Certamente, la questione non è di poco conto. Perché ciò che la Lega di Maroni chiama «sicurezza», per molti altri – opposizioni politiche, musulmani e addirittura commentatori esteri – è semplicemente una discriminazione che viola i principi sanciti dalla nostra Carta Costituzionale. E che, a loro avviso, si rivelerà inefficace, se non addirittura controproducente.