7 dicembre 2019
Aggiornato 12:30
Razzismo

Quando una banana vale quanto un’orazione contro il razzismo

Il gesto del terzino del Barcellona, che addenta il frutto amato dalle scimmie, scagliato sul campo da uno spettatore, diventa il simbolo mondiale della lotta alla discriminazione razziale.

La cronaca di questi giorni ci ha riproposto a distanza di poche ore due episodi che, seppure avvenuti in luoghi e circostanze diverse, ci hanno ricordato la presenza di due mali difficili da estirpare, ma anche indicato quali siano gli strumenti più efficaci per modificare certe forme di intolleranza dure a morire.

I due mali da estirpare sono praticamente figli della stessa matrice e si chiamano razzismo e omofobia.

Sul razzismo c’è voluto il gesto spontaneo di un giocatore di calcio per lanciare una bomba mediatica capace di scardinare, con la forza di una sola immagine, il bunker ottuso e odioso della discriminazione.

Come sono andate le cose ormai è sotto gli occhi di tutto il mondo: durante la partita Barcellona-Villareal mentre il terzino brasiliano della squadra rossoblù si accingeva a tirare un calcio d’angolo uno spettatore dagli spalti gli lanciava una banana. Dani Alves, il campione del Barcellona, con quel frutto tanto amato dalle scimmie fra i piedi, come fosse la cosa più naturale del mondo, ha raccolto la banana, l’ha sbucciata e se l’è mangiata. Poi ha tirato il corner che ha fatto pareggiare la sua squadra fino a quel momento sotto di un gol.

Elementare Watson, si sarebbe detto una volta: ecco come con un semplice gesto ti annichilisco il razzismo.

Quello di Dani Alves è stato un inno all’intelligenza e all’ironia che la comunicazione di tutto il mondo ha trangugiato con la stessa voracità con la quale il terzino brasiliano ha addentato la banana razzista.

E così da qual momento è stata tutta una corsa planetaria di attori , calciatori, uomini politici, da Renzi al ct della Nazionale, Cesare Prandelli, ad azzannare banane per dire con un morso che chi non salta razzista è.

Veniamo invece all’omofobia. Al liceo Giulio Cesare di Roma gli insegnanti hanno consigliato ai ragazzi di leggere durante le vacanze Pasquali un libro che narra la storia di una bambina nata artificialmente da due uomini, pagine che inoltre non tralasciano di affrontare elementi del rapporto gay dei due genitori dello stesso sesso.

Ne è nato un putiferio e alcune associazioni in difesa della famiglia hanno denunciato gli insegnanti alla magistratura accusandoli di avere diffuso materiale pornografico.

La domanda in questo caso è: per sollecitare il rispetto per chi è omosessuale è veramente indispensabile spingere i ragazzi ad addentrarsi nell’intimo di scelte che riguardano la sfera intima degli individui, spesso non perfettamente coerenti con i valori universalmente riconosciuti dalla società?

Diciamo che agli insegnanti romani è mancata quell’immediatezza del gesto che, come nel caso della banana nel campo di calcio, è frutto di quella spontaneità e di quell’ironia che non dovrebbero mai mancare nella faretra di chi non si accontenta unicamente di colpire un bersaglio, ma è fortemente determinato a fare centro.