20 aprile 2021
Aggiornato 18:30
Il piano per lo sviluppo

Berlusconi inquieto per il viaggio in Europa. E «soffre» Tremonti

Il Premier teme anche per il caso Bini Smaghi. Pdl agitato per la legge elettorale. Quagliariello: «Il diritto di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento non significa un mero ritorno all

ROMA - Chiuso a palazzo Grazioli, a suo dire «pressato» da Angela Merkel, da Confindustria, da settori consistenti della maggioranza, Silvio Berlusconi vive con profonda preoccupazione la preparazione della missione europea. A Bruxelles il Cavaliere si troverà davanti big continentali pronti a chiedergli conto delle promesse dispensate nelle ultime settimane. Le parole del portavoce commissario Ue agli Affari economici Olli Reh, che stamane ha chiesto all'Italia «ulteriori riforme strutturali» e ha reclamato «forti misure per la crescita» con «la massima urgenza», hanno messo in allarme il Presidente del Consiglio. Costretto, come ha avuto più volte di sottolineare con i suoi interlocutori anche oggi, di dover avere «qualcosa in mano» da sottoporre ai pari grado europei. Almeno linee guida convincenti da inserire in quel provvedimento sullo sviluppo che ancora non riesce a vedere la luce.

Mancano le risorse, questo è chiaro anche a Berlusconi. Soprattutto se, come gli vanno ripetendo da tempo, non sarebbe praticabile la strada delle misure una tantum. Ma i paletti «giustamente» posti da Giulio Tremonti non chiudono la partita, secondo il premier. Perché il Cavaliere sa di aver bisogno di «una misura forte», che permetta di affiancare lo sviluppo al «rigore». Anche perché in molti, nelle file della maggioranza, condizionano il proprio voto a un decreto che non sia a costo zero. L'esatto opposto di quanto ripete il titolare del Tesoro da settimane.

Dare «risposte», di questo ha disperatamente bisogno Berlusconi. Quali è tutto da scoprire, anche se ha promesso ai suoi ministri di lavorare fino a notte per vagliare tutte le soluzioni possibili. Se mai riuscisse a identificare la strategia migliore, allora potrebbe illustrarla alla stampa già domani, prima di volare a Bruxelles. Ma al momento l'appuntamento mediatico non è fissato, e questo la dice lunga sullo stato dell'arte. D'altra parte anche stamane aveva prima programmato e poi annullato una conferenza stampa a palazzo Chigi.

Il nodo è però tutto politico. Si è mostrato in tutta la sua esplosiva potenzialità nel braccio di ferro su Bankitalia, rischia di riproporsi sul decreto. E' il «problema» Tremonti, così lo chiama Berlusconi. Il Cavaliere, in realtà, sa di avere le mani legate. E non soltanto perché «il premier non ha poteri e non può neanche dimissionare i suoi ministri». Ma soprattutto perché ha ben chiaro di avere le mani legate, così dice ai suoi, almeno fino a quando resterà saldo l'asse tra via XX settembre e la Lega.

Il caso Bini Smaghi - In Europa il premier dovrà anche spiegare come risolvere quello che rischia sempre più di diventare un vero e proprio caso diplomatico, quello di Lorenzo Bini Smaghi. Palazzo Chigi lavora al dossier e offre da giorni al membro del board della Bce soluzioni che, se rifiutate, (come accaduto anche ieri) potrebbero innescare la ferma presa di posizione francese. Nicolas Sarkozy, d'altra parte, domani sera avrà modo di sedere allo stesso tavolo del Presidente del Consiglio italiano.

La partita sulla legge elettorale - Un altro caso rischia infine di complicare il cammino della maggioranza. E' la partita sulla legge elettorale. Berlusconi stamane ha ribadito l'apertura alle preferenze, in modo da «riequilibrare» il sistema del voto a favore dei cittadini. Parole rettificate nel pomeriggio da un big del calibro di Gaetano Quagliariello: «Il diritto di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, sul quale è incentrata l'iniziativa referendaria e al quale ha fatto oggi riferimento il presidente Berlusconi, non significa un mero ritorno alla pratica delle preferenze, che del resto in Europa esistono solo in Grecia». Un modo per rasserenare gli animi inquieti della maggioranza che temono, una volta abbandonato il Porcellum, di restare fuori dal prossimo Parlamento.