16 ottobre 2019
Aggiornato 16:00
Inchiesta P4

Nel PDL scattano il panico e il toto-arresti

Caccia ai voti per salvare Papa. Si spera nella Lega e nel voto segreto. Pressing per le autosospensioni

ROMA - Spaesati, nervosi, ma soprattutto preoccupati. Sono i deputati del Pdl nel giorno della manovra economica. Discutono fra loro, qualcuno invita alla calma, i più sembrano quasi cedere allo sconforto. Non di pensioni e detrazioni si discorre a Montecitorio, piuttosto di giustizia, immunità parlamentare e custodia cautelare. Da ieri circola insistente la voce di nuovi sviluppi delle inchieste e - cosa ben peggiore - di nuove, imminenti richieste di arresto. Un clima in cui l'unica possibilità, ventilata dai pidiellini, è un ripensamento di Umberto Bossi, se darà ascolto - è la speranza - alle argomentazioni espostegli da Silvio Berlusconi.

Il toto indagati diventa comunque il drammatico sport del giorno, fra Transatlantico e cortile della Camera, e nel Pdl sale la tensione. A sera l'uomo del giorno, Alfonso Papa, abbandonato in Giunta dalla Lega e in attesa di capire se l'Aula confermerà l'arresto o lo 'salverà' dalla galera, si autosospende dal gruppo pidiellino (non dal partito, non essendo iscritto). Una scelta frutto di giorni di trattative e scontri nel Pdl. Dove ancora non c'è accordo sulla linea da seguire, soprattutto in futuro.

Il primo nel Pdl a chiedere un passo indietro dal partito degli indagati è stato il vicecapogruppo Massimo Corsaro, che da giorni aveva ingaggiato - prima riservatamente e poi a mezzo stampa - un braccio di ferro con l'ala più garantista dell'ex FI. Un conto è il no all'arresto, ha spiegato l'esponente dell'ex An, altro è l'appello a un doveroso passo indietro dal partito. Domani, per sostenere questa linea scenderà in campo anche il Secolo d'Italia con una serie di interventi (soprattutto aennini, ma anche di qualche azzurro) in questo senso. Il direttore Marcello De Angelis, d'altra parte, ha già spiegato di giudicare una «follia» l'arresto, ma ha sollecitato un passo indietro degli indagati.

A via dell'Umiltà, intanto, si fa di conto. Perché la speranza è che l'Aula ribalti il responso della Giunta, grazie a 'garantisti' dell'Udc e del Pd, o forti di eventuali ripensamenti leghisti. Convinti, i pidiellini, che una parte dei padani salverà Papa dall'arresto. Dal Pdl alimentano la voce che il Cavaliere possa aver fatto breccia in Bossi, e sperano dunque nel voto segreto che potrebbe 'coprire' il cambio di rotta leghista, addebitando la responsabilità ai garantisti Pd. Una speranza che per ora non trova alcuna conferma nel Carroccio: tutti i deputati si rifanno all'indicazione pubblica di Bossi, «in galera», e anzi raccontano di un Senatur indifferente all'autosospensione di Papa, e determinato a non avallare ulteriori strappi del Cavaliere sulla giustizia. Ovvero la linea da tempo proposta da Roberto Maroni. Tanto più che sull'arresto di Papa si gioca anche la guerra interna al gruppo, con i deputati 'maroniti' che hanno sfruttato la questione per indebolire ancora il capogruppo Reguzzoni, del quale si punta alla sostituzione nel più breve tempo possibile.

Da lunedì si attiverà una task force a via dell'Umiltà, in raccordo con il gruppo della Camera, per convincere ogni singolo deputato della portata della sfida, che non attiene al destino di un singolo, ma al più complessivo rapporto tra giustizia e politica. Cinque giorni, poi l'assemblea dei deputati deciderà il destino di Papa. Già prima, secondo le indiscrezioni sempre più insistenti, potrebbero arrivare nuove richieste su altri parlamentari. Il tam tam di Montecitorio, che si alimenta di bocca in bocca, riporta di guai giudiziari in arrivo per un esponente del governo, un esponente di vertice dell'ex FI, un presidente di provincia e un deputato ligure.