19 novembre 2019
Aggiornato 19:00
Nuova spina per il Governo

Chiesto il rinvio a giudizio per mafia per Romano

Opposizioni: «Dimissioni o sfiducia». Il Ministro: «Scandaloso corto circuito»

ROMA - Nuova spina per il governo Berlusconi a seguito della richiesta della procura di Palermo di rinvio a giudizio per concorso in associazione mafiosa per il ministro per le Politiche agricole Saverio Romano sulle cui vicende giudiziarie lo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, prima di firmarne la nomina ministeriale, aveva invitato a riflettere e valutare bene.

La richiesta di rinvio a giudizio per il ministro è firmata dal pm Nino Di Matteo e dall'aggiunto Ignazio De Francisci. Entro le prossime 48 ore il gup fisserà la data per l'udienza preliminare. Secondo i magistrati, Romano sarebbe stato membro attivo di Cosa nostra, e avrebbe mantenuto «rapporti diretti o mediati» con esponenti di spicco dell'organizzazione al fine di trarne sostegno elettorale. Entro le prossime 48 ore il gup fisserà la data per l'udienza preliminare.

Le opposizioni, Pd Idv Sel Federazione delle Sinistre hanno chiesto in coro le sue dimissioni e sollecitato Lega e Pdl a fare altrettanto, ricordando in particolare ad Angelino Alfano al suo impegno a favore del 'partito degli onesti', Futuro e Libertà, la formazione del presidente della camera Gianfranco Fini ha preannunciato che, in assenza di dimissioni spontanee, sarà da loro depositata una mozione di sfiducia individuale nei confronti del ministro. «Nella settimana che ci avvicina alla commemorazione del sacrificio di Paolo Borsellino e intollerabile che il Governo italiano abbia al suo interno un ministro imputato di concorso esterno in associazione mafioso», ha detto il vicepresidente finiano dell'antimafia Fabio Granata, preannunciando la mozione.

Nel silenzio della maggioranza che finora non ha nè difeso pubblicamente Romano nè replicato alla richieste delle opposizioni di associarsi alla richiesta di dimissioni, ad autodifendersi è stato lo stesso Romano, niente affatto intenzionato a lasciare il governo. «Non intendo commentare - ha scritto in una nota - un atto al quale la procura di Palermo è stata obbligata dopo otto anni di indagini e due richieste di archiviazione. Continuo a non comprendere come non ci si scandalizzi invece di un corto circuito istituzionale e giudiziario che riguarda chi da un lato ha condotto le indagini e chi dall'altro le ha severamente sanzionate».