23 ottobre 2019
Aggiornato 04:00
Inchiesta P4 | Giunta per le autorizzazioni

Papa: Contro di me una vera e propria caccia all'uomo

Il Deputato del PDL: «Io mai interrogato, manovra dettata da odi, rancori e gelosie. Pm Napoli hanno violato la legge»

ROMA - Contro di me una vera e propria caccia all'uomo. Si difende così Alfonso Papa, il deputato del Pdl coinvolto nell'inchiesta sulla cosiddetta P4, davanti alla Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio dove è stato sentito questa mattina nell'ambito dell'esame della richiesta di arresto emessa nei suoi confronti.

L'intero procedimento nei confronti di Papa, scrive il deputato nella memoria difensiva, è frutto «più che di un fumus di un chiaro intento persecutorio, arricchito dal comportamento scorretto e interessato di alcuni coindagati e di persone a questi legate da interessi di varia natura e da una campagna stampa sapientemente costruita per demonizzare e distruggere l'immagine del Papa come onorevole, come magistrato, come uomo».

Papa parla di una «manovra» contro di lui che «si articola con la strumentalizzazione giudiziaria di odi, rancori e gelosie presenti nell'ambiente del Distretto di Napoli ed assurte a procedimento penale; con l'attuazione di modalità di indagine poste al di fuori di tutti i principi fissati dalla legge e dalle regole deontologiche, nonché con gravissima ed evidente violazione delle prerogative parlamentari; con l'adozione di un provvedimento sapientemente articolato ma povero e apodittico sotto il profilo indiziario, privo di effettività con riferimento ai presupposti della misura concessa, del tutto mancante dei presupposti di competenza territoriale, nota agli inquirenti e maliziosamente obliterata al fine di proseguire quella che più che una indagine appare come una vera e propria 'caccia all'uomo'».

Papa ritiene pertanto che la richiesta di arresto «non avendo i pm nemmeno concessogli di poter essere interrogato e considerate le caratteristiche soggettive del deputato, peraltro incensurato, non sarebbe mai stato emesso se non avesse avuto la qualità di parlamentare e non si fosse voluto chiaramente strumentalizzare tale sua qualità».

Bisignani nel luglio del 2010. In una fase nella quale i termini massimi di durata di due anni delle indagini preliminari del fascicolo, datato 2007, e quindi spirati nel 2009, tale fascicolo non era stato definito né archiviato. Con una palese violazione della legge, la ricordata denuncia veniva non a far nascere un autonomo procedimento penale bensì illegalmente inserita in un procedimento penale per il quale la legge vietava di svolgere ulteriori indagini essendo i relativi termini massimi abbondantemente spirati. La sola finalità di tale condotta non poteva che essere, ed è stata, di consentire l'assegnazione delle indagini al dottor Curcio, originario assegnatario, e al dottor Woodcock che, con una singolare e misteriosa tempistica, vi era stato nel frattempo codelegato». Il deputato del Pdl ricorda che il «denunciante» De Martino «ha dichiarato di non sapere chi sia Papa né di averlo mai conosciuto. Non si comprende peraltro dall'ordinanza cosa e chi abbia legittimato l'inizio di una vera e propria 'caccia all'uomo' sorta da una vicenda nella quale Papa è estraneo come confermato dal denunciante nonostante l'imbeccamento dei pm che appunto di Papa irritualmente chiedevano». Papa inoltre sottolinea che «i fatti contestati sono tutti datati dall'agosto del 2010 in poi, indicando il luogo nel luogo di accertamento (Napoli) apoditticamente e pur avendo verificato che si tratta di fatti accaduti a Roma o altrove e comunque mai a Napoli e sempre sulla scorta di mere dichiarazioni. Questo ha reso il fascicolo una sorta di 'contenitore', in violazione di tutte le normativa vigenti e da quanto previsto in sede di prassi disciplinare. La sola finalità allora appare quella di trattenere il procedimento e surrettiziamente svolgere indagini secretate in violazione della legge e impedendo a Papa di difendersi».