22 ottobre 2019
Aggiornato 19:00
Politica

On. Latteri (MPA): Parlamentarismo, un dramma per la governabilità

«Sembra crescere il distacco fra rappresentanti eletti e partiti che li hanno espressi»

ROMA - La riflessione sul problema della rappresentanza politica e sui modelli di democrazia diventa sempre più intenso e, in certa misura, appassionante.
Negli ultimi mesi, sia per l’intensificarsi delle tensioni parlamentari nazionali, sia per le difficoltà del governo regionale siciliano (si pensi solo alla vicenda dell’approvazione della legge finanziaria e del bilancio), sembra crescere il distacco fra rappresentanti eletti e partiti che li hanno espressi.
I partiti sono sempre più evanescenti, i rappresentanti provano ad affrancarsi e ad operare in assoluta libertà.
Il problema del rapporto fra democrazia e parlamentarismo è stato al centro del dibattito sin dai primi decenni del novecento, dalla constatazione dell’insufficienza del modello di democrazia liberale tradizionale. In Italia, Sturzo, Gramsci, Romano (con diverse prospettive), in Germania Schmitt e Kelsen (solo per ricordare i più noti) affrontavano il tema del fallimento del parlamentarismo e ricercavano soluzioni che assicurassero partecipazione e governabilità.
Penso che affrontare i problemi attuali tentando di utilizzare (pur con gli ovvi limiti) qualche strumento culturale, lungi dal ‘pontificare’, sia un impegno necessario.
Il tema del rapporto fra modello di rappresentanza parlamentare e forme di organizzazione della politica torna sistematicamente all’attenzione tutte le volte che il Parlamento, l’Assemblea Regionale, i Consigli degli Enti locali si trovano ad affrontare temi importanti e strategici per l’economia, la società, la regolazione dei poteri.
Il parlamentarismo, inteso come sistema centrato sul rapporto diretto e sulle trattative tra il governo e singoli parlamentari, mostra oggi tutti quanti i suoi limiti.
«Non si può seriamente dubitare che il parlamentarismo non sia l’unica forma reale possibile di democrazia» (Kelsen).
Allo stesso modo, si deve ritenere che «può esserci una democrazia senza quello che viene denominato parlamentarismo moderno, così come si può avere un parlamentarismo senza democrazia»( Schmitt).

Il modello scelto dal Costituente, come tutti sappiamo, è quello fondato sulla presenza dei partiti e sul contributo essenziale di questi ultimi per garantire la formazione dell’indirizzo politico e la continuità della partecipazione dei cittadini.
È un modello che nasce da una storia, travagliata e intensa, di tentativi e di fallimenti, di ricerca di soluzioni al grave problema della legittimazione della funzione di governo, di costruzione di una democrazia autenticamente rappresentativa.
La storia del sistema dei partiti non può essere ricostruita senza ricordare che il modello di democrazia di fine ottocento non conosceva i partiti moderni e il loro ruolo nell’organizzazione della partecipazione del ‘popolo’ alla vita politica.
Il parlamentarismo ottocentesco era la manifestazione dell’organizzazione politica e di governo dei ceti più rilevanti (che godevano del diritto di voto censitario) e risolveva all’interno delle aule parlamentari e della composizione di mutevoli maggioranze (nascenti dal sistema elettorale uninominale) il problema dell’indirizzo politico.
Furono i grandi movimenti cattolici e socialisti a porre il problema della legittimazione di quei parlamenti, tentando di proporre sistemi di legittimazione delle maggioranze per il tramite di organizzazioni permanenti, capaci di leggere e interpretare le esigenze della cittadinanza lungo tutto l’arco del mandato parlamentare.
La complessità delle nuove funzioni pubbliche, la consapevolezza politica e culturale dei ceti popolari che si accostavano alla politica, l’esigenza di partecipare a funzioni di governo sempre più diffuse e importanti per la vita quotidiana imponevano la ricerca di nuovi modelli di partecipazione.
La Grande Guerra, prima, il fascismo, dopo, impedirono che si consolidasse un modello di partecipazione fondato sulla democrazia dei partiti. Si può affermare, anzi, con tutta tranquillità che la debolezza e l’incertezza dell’organizzazione dei partiti all’inizio degli anni venti del novecento siano state all’origine della crisi della democrazia e della risposta totalitaria. Diversamente da quello che sostenevano i teorici dello stato totalitario, la crisi della democrazia non discendeva dalla presenza dei partiti, ma dalla debolezza rappresentativa di questi ultimi.
La risposta matura del Costituente fu quella di immaginare una democrazia permanente, che non si esauriva nei momenti elettorali e che garantiva che tutti potessero concorrere alla formazione dell’indirizzo politico.
Tale risposta fu il frutto consapevole dell’impegno di grandi politici come Sturzo e De Gasperi, Togliatti, Nenni, La Malfa, Malagodi, Saragat che avevano appreso la lezione della crisi degli anni venti e che erano consapevoli della necessità che la democrazia vivesse quotidianamente nell’elaborazione diffusa e condivisa del popolo.
La stessa ‘sovranità popolare’ dell’art.1 della Costituzione trova compimento nella partecipazione democratica dell’art. 49 della Costituzione sulla funzione dei partiti.
Le vicende drammatiche degli anni novanta hanno messo in evidenza la crisi che nasce dal cattivo funzionamento dei partiti e non, come invece si pensa da alcuni, dal sistema dei partiti.
Ce ne rendiamo conto meglio oggi. La deriva parlamentarista, la mancanza di ‘luoghi’ politici di effettiva e diffusa partecipazione democratica, l’indifferenza di molti leaders alle responsabilità che li legano all’elettorato sono il risultato di un grave errore: la riduzione dei partiti a vuoti contenitori.
La situazione tende a peggiorare sempre più. È sufficiente scorrere le denominazioni delle liste elettorali per le elezioni amministrative per rendersi conto che i partiti sono scomparsi, lasciando il posto a formazioni incontrollate di organizzazione di interessi particolari.
Il grande disegno di Sturzo e degli altri Statisti che hanno disegnato il modello costituzionale sembra infranto dall’affastellarsi degli interessi sempre più scomposti e disarticolati.
Cessato il legame ideologico che cementava i grandi partiti e orientava le scelte politiche e amministrative a tutti i livelli, si era pensato (e sperato) che la dimensione regionalistica potesse, in qualche modo, costituire un elemento di riorganizzazione e di coesione, di sintesi razionale del conflitto di interessi.
Siamo costretti, purtroppo, ad assistere anche alla scomposizione di quel progetto e di quel modello.
L’esperienza della formazione delle liste nelle varie tornate di elezioni amministrative è abbastanza eloquente.
Non solo le liste sono, ormai, completamente prive di qualunque riferimento programmatico, ma, peggio, si registrano incroci di gruppi familiari, di interessi locali, di piccole aggregazioni, sempre più trasversali e confusi.
La rottura del sistema di mediazione della politica lascia spazio alla competizione incontrollata degli interessi personali e crea i presupposti per trasformare le assemblee elettive in sedi di continui scambi. Il meccanismo, purtroppo, è sostenuto dalla pressione dei parlamentari che tentano di trovare forme indirette e atipiche di misurazione della loro rappresentatività, acquisendo consiglieri sulla base di rapporti mercenari, diretti e personali. Sembra quasi di assistere ad un concorso a punti per conquistare il premio della ricandidatura.
La crisi parlamentarista è già abbastanza evidente. Purtroppo, i processi di selezione della rappresentanza politica non fanno altro che proiettare ombre sempre più scure sul futuro.
La costruzione di un sistema ‘parlamentaristico’ renderà sempre più difficile l’esercizio delle funzioni di indirizzo e consentirà a minoranze ben organizzate di gestire le assemblee, utilizzando la leva degli interessi di gruppo, locali e, perfino, personali nella formazione delle decisioni.
Ci chiediamo se sia possibile, in qualche modo, porre freno al progressivo distacco fra rappresentanze istituzionali e popolo. Ci chiediamo se sia possibile rilanciare momenti di sintesi e di formazione dell’indirizzo politico che riescano nuovamente a coinvolgere la cittadinanza in grandi progetti di sviluppo economico e sociale. Oggi c’è bisogno di statisti che possano pensare ad un modello dello stato e alle nuove generazioni. Dobbiamo di nuovo coinvolgere la cittadinanza in grandi progetti di sviluppo economico e sociale.
Sentiamo il dovere di rilanciare la proposta di un coinvolgimento generale dei partiti in un piano di emergenza per la Sicilia, che possa consentire l’attuazione di un programma di interventi economici e sociali, fondati sul consenso diffuso e sulla verifica permanente nei luoghi propri della partecipazione alla formazione dell’indirizzo politico, come sancito dalla Costituzione.

Ferdinando Latteri
Deputato Nazionale MPA