18 agosto 2019
Aggiornato 23:00
Camera

Berlusconi vs Fini: Mai vista Presidenza così parziale

Toni bassi fino all'ok al processo breve, ma non si escludono iniziative

ROMA - Non è un caso se questa volta non è stata chiesta nessuna inversione dell'ordine del giorno per far sbucare in cima ai lavori della Camera il processo breve. La strategia della maggioranza, d'altra parte, era stata elaborata già nel vertice di ieri tra i capigruppo e il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Il monito del premier era stato 'non cadere in provocazioni'. Dunque l'ordine è stato quello di procedere con l'ordine dei lavori così come stabilito, ivi compreso l'esame del bilancio comunitario. Con la sola eccezione della legge comunitaria: quella, per intendersi, che contiene anche la norma sulla responsabilità civile dei magistrati e per cui si è deciso un (apparentemente) tecnico rinvio in commissione.

All'esame della legge cara al premier, quella sul processo (e la prescrizione) breve ci si è dunque arrivati in serata, a costo di fare una seduta notturna di quelle che in questa legislatura in pochi si ricordano. Con ministri e sottosegretari inchiodati ai banchi per una intera giornata come mai era capitato finora. E questo mentre al Senato prendeva corpo l'emendamento Mugnai che serve ad allungare i processi, consentendo alla difesa di presentare lunghe liste di testimoni.

Quello che il premier vuole più di tutto, d'altra parte, è trovare un modo per liberarsi dei suoi processi. Almeno di Mills e Mediatrade, perché il Rubygate che ha ufficialmente preso il via oggi, è un caso a parte. La decisione della Camera di sollevare il conflitto di attribuzione sarà oggetto del dibattimento, ma dalle parti del presidente del Consiglio sanno che una sospensione è improbabile, anche perchè l'obiettivo dei pm - Berlusconi ne è sicuro - è solo e unicamente quello di sputtanarlo urbi et orbi. Per questo si va avanti con il processo breve nonostante l'altolà del Csm che ha parlato di vera e propria «amnistia» con un pronunciamento che nel Pdl viene definito «irrituale».

Ma tra i nemici giurati del premier, oltre ai giudici (e a quelli di Milano in particolare) c'è anche Gianfranco Fini. La decisione di non forzare l'ordine del giorno dei lavori, infatti, a palazzo Grazioli, è stato 'studiato' anche per fare in modo di far emergere quella che dalle parti del Cavaliere si considera una «inaccettabile» conduzione dell'Assemblea. Da questo punto di vista, una certa soddisfazione sarebbe stata espressa nel Pdl dall'indiscrezione non confermata che racconta di una telefonata di monito del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nei confronti della terza carica dello Stato.

L'accusa principale di giornata verso Fini è quella di aver consentito deliberatamente l'ostruzionismo dell'opposizione sul processo verbale. A palazzo Grazioli si sono andati a guardare anche i precedenti. «Oggi - si sarebbe sfogato il premier - è accaduta una cosa mai successa nella storia. Una discussione del genere in passato non era mai durata più di quaranta minuti, al massimo si concedeva la parola per un minuto. E invece ne sono stati concessi addirittura cinque, una cosa intollerabile».

Ma se l'obiettivo del Cavaliere è quello di portare a casa le leggi che gli sono più care, la strtegia per ora è quella di non prestare il fianco alle polemiche. Almeno - spiega un alto dirigente del Pdl - fino a quando è in corso l'esame del processo breve. Non viene dunque escluso che delle azioni di 'sfiducia' vengano assunte successivamente.