20 novembre 2019
Aggiornato 15:00

Romano giura, Napolitano mantiene dubbi ma «no» non è in suo potere

Riserve del Presidente della Repubblica su opportunità politica, altre valutazioni a giudici

ROMA - Nella Sala della Pendola del Quirinale Francesco Saverio Romano, accompagnato da moglie e figlio, ha aspettato una decina di minuti prima di giurare da ministro per le Politiche Agricole. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, solitamente puntualissimo, ha fatto ingresso nella sala con quel piccolo ritardo accompagnato dal premier Silvio Berlusconi e dal sottosegretario Gianni Letta. Tempo utile a un breve colloquio tra Napolitano e Berlusconi durante il quale il Cavaliere, si spiega negli ambienti del Colle, ha illustrato al presidente i provvedimenti assunti dal Consiglio dei ministri con particolare attenzione alle decisioni sulla questione Libia.

Il caso Romano? Quello era già stato affrontato negli incontri precedenti quando, appena una settimana fa, Berlusconi era salito al Colle per prospettare a Napolitano le modalità del rimpasto di governo. Le perplessità del Capo dello Stato sull'«opportunità politico-istituzionale» di quella nomina - Romano ha due procedimenti pendenti per concorso in associazione mafiosa e corruzione - erano già state fatte presenti a Berlusconi consigliando di attendere quantomeno il pronunciamento del giudice previsto per le prossime settimane. Ma il premier più volte, e anche stamani a quanto pare, ha ripetuto al presidente la necessità di conferire quanto prima un incarico di peso al leader dei 'Responsabili', terza gamba sempre più fondamentale per la stabilità (e la sopravvivenza stessa) del governo. Napolitano, scaduto ormai il tempo e risultati vani i tentativi della moral suasion, non ha fatto mistero al premier che la nomina a ministro sarebbe stata accompagnata da una puntualizzazione. E difatti una manciata di minuti dopo il giuramento è uscita, del tutto inusuale, una nota del Quirinale sulle «riserve» del presidente viste le «gravi imputazioni» a carico di Romano. Di capi di imputazione si parlava e non di un «imputato» ha poi ribadito l'ufficio stampa della Presidenza della Repubblica quando, nel pomeriggio, Romano ha criticato la nota considerandola non corrispondente al pensiero di Napolitano. Cosa praticamente impossibile conoscendo l'attenzione con cui il presidente stesso controlla tutte le prese di posizioni ufficiali.

Insomma, Napolitano, coerente con l'interpretazione dei suoi poteri che ha seguito finora, ha ritenuto che non vi fossero «impedimenti giuridico-formali» che potessero motivare un suo diniego alla nomina. Questo significa che un 'no' avrebbe costituito, agli occhi del presidente, un'impropria interpretazione delle proprie prerogative, cosa che Napolitano ha sempre accuratamente evitato. Quindi Romano è diventato ministro ma il Colle ha lasciato intatte le sue perplessità sull'opportunità politica della decisione perchè le valutazioni giuridiche spettano solo ed esclusivamente ai magistrati.