25 febbraio 2020
Aggiornato 02:00
Editoriale

Scontro Fini Berlusconi: lo strappo di Gianfranco il Temerario

Convocato d’urgenza l’ufficio di presidenza del Pdl

ROMA - Indipendentemente da quale giudizio si voglia dare sull’ultima mossa del Presidente della Camera bisogna riconoscere a Gianfranco Fini una buona dose di coraggio.
Ostacolare il cammino di Silvio Berlusconi oggi equivale a voler frenare un treno a mani nude.
Non sono pochi quelli che si chiedono perché Fini abbia deciso di passare alla storia come Gianfranco il Temerario.
Chi guarda con insofferenza all’agire dell’ex leader di An taglia corto e sostiene che Fini non ha davanti a se che due strade:o sparire o sparire.

E’ una tesi che prevede, o un Fini rassegnato ad un ruolo di gregario al seguito del gruppo di testa guidato da Berlusconi e Bossi; o un Fini che tenta la fuga solitaria e finisce spompato la sua corsa senza nemmeno arrivare in vista del traguardo.
Probabilmente questa lettura della vicenda non è troppo lontana dal vero. Basta vedere con quanta insistenza il ribelle del Pdl insiste nel ricordare di essere il cofondatore del partito in cui sono confluiti in solo colpo Forza Italia e An.
Fini ricorda ogni cinque minuti di essere il cofondatore, come se non sapesse che dal «predellino» di piazza Duomo ad oggi per gli equilibri e gli umori dell’area di destra è come se fossero passati mille anni luce.
Intanto l’esercito di An non c’ è più: si è dissolto, assorbito, salvo poche eccezioni, dalle falange berlusconiana.

Il cavaliere ha avuto l’abilità di strappare a Fini le truppe, ma il danno più grande glie lo ha creato la Lega. E’ Bossi che si è impossessato dell’anima della scomparsa Alleanza Nazionale, facendo propri i temi e gli obiettivi della destra tradizionale: dalla sicurezza, all’immigrazione, al nazionalismo rimasticato in chiave locale
E’da questa camicia di forza che Berlusconi e Bossi gli hanno cucito addosso che Fini sta cercando di divincolarsi.
La sua temerarietà è inoltre costretta a fare i conti con l’umore di un Paese che ha salutato l’affermazione della Lega come una ventata di novità.
Anche l’opposizione ha finito infatti per togliersi tanto di cappello di fronte al successo di Bossi e non sono pochi oggi a sinistra a battersi il petto per avere abbandonato metodi come tenere conto della pancia della base e tenere sotto controllo il territorio che una volta erano prerogative del Pci.

La Lega ha regalato agli italiani, tutti gli italiani, anche quelli del Sud, la convinzione che ci sia ancora qualcuno che non si perda in chiacchere, che badi al sodo con parole semplici, forse un po’ rozze, ma comprensibili a tutti.
La vittoria della Lega è stata la vittoria del bar dello sport nei confronti dei salotti. E’ stata la sconfitta dei «fighetti» con le cravatte di Marinella. Il funerale dei radical schic. L’ ennesima bocciatura del talk show di protesta come veicolo di consenso. Tanto è vero che l’unica batosta rifilata alla Lega se l’ è guadagnata a Lecco l’ex ministro Castelli, assiduo frequentatore di Ballarò e di Anno Zero.
All’interno di questo vento che viene dal Nord, ma che al momento solletica anche il Sud a destra Fini rischia di apparire come un guastafeste di cui liberarsi al più presto.
A sinistra le simpatie sia ricevute che offerte da parte o verso un ex fascista rinfocoleranno le lotte fratricide fra i nostalgici della falce e martello e i kennediani in salsa veltroniana.
Al centro il silenzio prolungato di Casini la dice lunga sulla difficoltà per la cosiddetta terza forza di trovarsi uno spazio dopo l’esito di queste ultime tornate elettorali. Rutelli al momento è un desaparecido. Montezemolo è tornato a consolarsi con la Ferrari.
«Berlusconi deve governare per tutta le legislatura», si è affrettato a dire Gianfranco Fini dopo aver sbattuto la porta di Palazzo Grazioli.
Nella faretra di Gianfranco il temerario per ora c’è solo la variabile tempo. Da qui a tre anni potrebbero succedere tante cose. La maggioranza potrebbe trovarsi in difficoltà per un deteriorarsi della situazione economica. L’onda lunga della Lega potrebbe infrangersi al momento della spartizione dei pani e dei pesci fra Nord e Sud, quando si tratterà di mettere in pratica il federalismo.
Le mire sulle banche di Bossi potrebbero risvegliare i poteri forti. Il laboratorio siciliano potrebbe partorire uno scenario inedito. E poi c’è sempre la provvidenza
E’ soprattutto Fini che ha bisogno dei prossimi tre anni. Ha infatti bisogno di tempo per trovare nuovi cavalli di battaglia da cavalcare, oltre quelli dei diritti civili e della solidarietà con l’immigrazione che finora gli hanno tolto e non dato frutti.
Se nessuna di queste condizioni, o altre che al momento è difficile ipotizzare, dovessero verificarsi il pericolo per Fini è che il suo tentativo di scrollarsi di dosso una camicia di forza finisca lo porti a perdersi in un vicolo buio e senza uscita di sicurezza.
Questa è la partita e questi sono i rischi a cui da oggi va incontro Gianfranco il Temerario.