11 agosto 2020
Aggiornato 12:00
Delitto Cesaroni

Via Poma, teste notò giovane «balordo» uscire dagli uffici

Il verbale letto in aula dal pm. Prossima udienza il 7 aprile

ROMA - Intorno alle 16 del 7 agosto un giovane «con fare un po' balordo» chiese dove fossero gli uffici dell'Aiag, dove fu uccisa Simonetta Cesaroni. A ricordare la testimonianza, resa dal colonnello dei carabinieri Giovanni Danese, che abita nell'edificio di via Poma, è stato il pm Ilaria Calò, nel corso del processo che vede imputato per l'omicidio della giovane, il fidanzato di allora della ragazza, Raniero Busco.

Il magistrato ha letto in aula il verbale riassuntivo della deposizione, resa il 13 agosto del '90. L'ufficiale è infatti deceduto. «Scesi in strada verso le 16. Dopo un po' fui avvicinato da un giovane con fare un po' balordo che mi chiese dove si trovasse l'ufficio degli ostelli della gioventù. Non sapendo dove fossero gli indicai la sede della circoscrizione, che è di fronte. Ma lui insistette dicendo che la sede dell'Aiag si trovava in via Poma 2. A quel punto gli indicai la guardiola del portiere».

«Dopo circa 15 minuti lo vidi andar via, senza salutare - ha continuato nella lettura del documento di Danese, il pm Calò - Non aveva nulla in mano. Prese una Peugeot 505, metallizzata, vecchio tipo. Avrà avuto sui 25-30 anni, alto 1.72 circa, capelli castani, occhiali da vista tartarugati, aspetto distinto, nessun neo o tatuaggio». Il pubblico ministero ha dato lettura anche di altre deposizioni di testi che nel corso degli anni sono decedute. Tra cui quella della giornalista del Messaggero Mariella Regoli che intervistò l'architetto Cesare Valle, rispetto ad alcuni spostamenti compiuti la sera del delitto da Pietrino Vanacore.

In base a quanto riportato nell'articolo il professionista ha spiegato che la moglie del portiere telefonò per cercare il consorte. Ciò avvenne intorno alle 23. «Vanacore non era da me, non era in casa sua, forse era per le scale». Più avanti Valle spiegò, sempre alla cronista del quotidiano romano, che lo «faceva diventare matto la successione dei tempi». Mentre nel verbale reso agli agenti e al pm di allora, Valle disse che la signora Giuseppa De Luca si era recata da lui per cercare il marito. L'architetto ammetteva anche di sentirsi responsabile per il fatto che con le sue parole aveva di fatto indicato un'ora di «buco» nell'alibi di Vanacore, tra le 22,30 e le 23,30 di quel 7 agosto. «Lui, quando arrivò la moglie, aveva un atteggiamento sollecito, ma con grande spirito di collaborazione verso la polizia. La signora gli disse: 'vieni, vieni, non sai cosa è successo'. Lui era di spalle. Io non lo potevo vedere».