18 gennaio 2020
Aggiornato 23:30
E' un congresso delicato quello che il Pd sta celebrando in questi giorni

Il PD ora a bivio tra iscritti di Bersani e primarie di Franceschini

Dopo congresso servirà accordo. Rutelli minaccia di andarsene

ROMA - E' un congresso delicato quello che il Pd sta celebrando in questi giorni, il segretario che uscirà vincitore dalle primarie del 25 ottobre (salvo tempi supplementari nel caso nessuno raggiungesse il 51%), avrà come primo compito quello di tenere unito un partito nato solo due anni fa e già avvertito come estraneo persino da alcuni dei suoi fondatori, a partire da Francesco Rutelli.

Gli stessi slogan scelti dai due candidati più accreditati per la vittoria finale sono emblematici: Dario Franceschini chiede di «liberare il futuro» e ammonisce un giorno sì e un giorno pure «non torniamo indietro»; Pier Luigi Bersani vuole dare «un senso a questa storia», evidentemente considerata finora abbastanza sconclusionata. In gioco non c'è solo la scelta di un leader e di una linea politica, ma l'identità stessa del partito, il suo dna, la sua concezione del Paese, che Franceschini ritiene a rischio e che Bersani considera ancora evanescente.

Alleanze e legge elettorale. Bersani pensa che fin qui siano stati fatti molti errori e che molte cose vadano cambiate. Sotto accusa è Walter Veltroni, la sua concezione di partito e le sue scelte strategiche, a cominciare dalla famosa 'vocazione maggioritaria', ovvero l'idea di investire su un sistema politico basato su due grandi partiti, quello di Silvio Berlusconi da una parte e il Pd dall'altra, con gli altri partiti nel ruolo di gregari. Bersani ribalta questa impostazione, è convinto che il Pd «da solo non ce la fa», promette 'alleanze', apre il dialogo dalla sinistra fino all'Udc di Pier Ferdinando Casini, sia pure chiarendo che non vuole tornare alle 'ammucchiate' e che si stringeranno accordi solo con «con basi programmatiche ragionevoli ». La politica delle alleanze per Bersani viene prima di tutto e non è un caso che l'ex ministro metta la riforma della legge elettorale al primo punto della sua agenda: una legge che «permetta agli elettori di scegliere i parlamentari». Ma soprattutto una legge da mettere a punto innanzitutto insieme a tutte le forze di opposizione, «'il dialogo deve avvenire con tutte le forze interessate a bloccare la deriva della destra».

Franceschini invece su questo rimane nel solco della linea veltroniana, sia pure con un approccio più aperto sul tema delle alleanze. «Non voglio un partito a vocazione minoritaria», dice per ribattere a chi contesta la scelta fatta da Veltroni. Certo, le alleanze andranno fatte, ma «solo su una chiara coerenza programmatica», mai più cose tipo l'Unione. E, soprattutto, «non bisogna tornare indietro dal bipolarismo», puntando su un «centro mobile», l'Udc, che condannerebbe il Pd a stare «all'opposizione per trent'anni». E' il Pd, dice Franceschini, che deve saper parlare agli elettori moderati, senza «appaltare» all'Udc questo compito. Per il segretario, lo schema che ha in mente Bersani rischia di affossare il bipolarismo e riportare Il partito: iscritti contro primarie Altro tema di scontro è la forma-partito: per Franceschini non si può tornare indietro dal meccanismo delle primarie, gli iscritti sono «un patrimonio», ma il segretario lo devono poter scegliere anche quegli elettori che preferiscono una forma di partecipazione alla politica meno impegnativa della tessera. Bersani invece punta tutto sugli iscritti, cioé i tesserati, le primarie per l'ex ministro è meglio usarle, insieme agli altri alleati, per la scelta del candidato premier. E, in ogni caso, così come sono pensate adesso non vanno bene, «bisogna regolarle, perché non è possibile che magari Storace venga a votare alle primarie del Pd».

Visioni opposte che, però, dovranno forse trovare una soluzione di compromesso dopo le primarie. Se Bersani dovesse vincere le primarie dovrebbe comunque fare i conti con una crescente insofferenza di Rutelli e dei suoi, ma anche di diversi ex popolari come Enzo Carra, senza contare l'incognita di Walter Veltroni, che non fa mistero di considerare sbagliata la linea dell'ex ministro dello Sviluppo economico e di vivere come molte delle sue scelte come uno snaturamento del «progetto originario». Il rischio di un big-bang forse è giocato tatticamente da molti protagonisti, ma di sicuro non può essere ignorato da Bersani.

D'altro canto anche Franceschini, in caso di vittoria, non potrebbe certo ignorare le istanze della minoranza. Il complesso meccanismo congressuale, costituito di due fasi, ha visto Bersani prevalere nel voto degli iscritti e se Franceschini vincesse alle primarie difficilmente potrebbe non tener conto di questo dato. Anche perché subito dopo il congresso il partito si troverà proiettato nella campagna per le Regionali del marzo 2010. E non a caso sia Bersani che Franceschini continuano a ripetere che il partito «sarà unito», chiunque vincerà.