26 aprile 2019
Aggiornato 04:30
economia

Private Equity: investitori pazzi per il Made in Italy, ma non si cresce

Nicchie dall'alto valore aggiunto, ma impreparate. Il taglio medio per operazione di private equity resta basso

Private Equity: investitori pazzi per il Made in Italy, ma non si cresce
Private Equity: investitori pazzi per il Made in Italy, ma non si cresce ( Shutterstock )

MILANO - Benché l’Italia mantenga quel gap che la contraddistingue dagli altri Paesi facendola spesso scivolare al termine delle classifiche europee quanto a livelli di imprenditorialità, il mercato del private equity, nel Belpaese, sembra segnare una timida crescita. Ne sono convinti i tecnici di AIFI (Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt) che registrano un marcato interesse degli operatori internazionali verso le nostre aziende.

L’interesse degli asiatici
Conti alla mano, nel periodo 2010-2016 oltre 100 soggetti internazionali hanno investito in almeno un’impresa italiana, realizzando complessivamente più di 180 investimenti. Tra gli operatori, americani ed europei, soprattutto britannici e francesi, hanno avuto un ruolo importante anche se, nell’ultimo periodo sono intervenuti investitori asiatici che prediligono operazioni in cui possono esercitare un controllo strategico nelle società come i buyout, in cui acquisiscono quote di maggioranza o addirittura totalitarie.

I settori trainanti
A livello geografico le imprese oggetto delle operazioni sono collocate prevalentemente al Nord, in particolare in Lombardia, in linea con quanto si verifica in generale nel mercato italiano del private equity e dove è basata la maggior parte degli operatori sia domestici, sia internazionali (che hanno sede in Italia). I settori italiani più attrattivi per gli investitori internazionali risultano essere quelli dei beni e servizi industriali e del manifatturiero/moda; da sottolineare, inoltre, la crescente attenzione negli ultimi anni verso alcuni settori innovativi, quali l’Ict e il medicale che stanno ricoprendo un ruolo sempre più importante nel tessuto industriale italiano e che si configurano come eccellenze nel panorama internazionale.

Crescono gli investimenti internazionali in Italia
«Il crescente interesse verso le imprese italiane da parte dei fondi internazionali si osserva analizzando il contesto europeo - dichiara il Presidente AIFI, Innocenzo Cipolletta -. L’Italia, infatti, nel periodo 2010-2016 si classifica come terzo paese per numero di investimenti effettuati nel continente dai fondi internazionali, dietro Francia e Uk, dove il mercato del private equity è indubbiamente di più lunga tradizione e dimensioni maggiori. Inoltre, se si guarda all’evoluzione nel tempo, il peso dell’Italia è cresciuto passando dall’11% nel 2010-2012 al 22% nel 2013-2016, a testimonianza di un interesse sempre maggiore per le aziende del territorio».

Il gap che (ancora) c’è in Italia
Non è tutto oro quello che luccica, però. Già, perchè gli aspetti da migliorare sono tanti. Quando gli investitori stranieri arrivano nel nostro Paese, spesso trovano PMI di piccole dimensioni (il 99% di quelle italiane non supera i 10 dipendenti), bilanci malamente redatti, previsioni future che non superano l’anno e aziende che, di fatto, sono quasi completamente a gestione famigliare. Questi rappresentano i motivi per cui, a fronte di tecnologie di primo livello sviluppate dalle aziende italiane, gli investitori, poi, decidono di passare oltre. «A questo si aggiunge un problema di capitali propri. Se un’azienda americana fa impresa con il 70% di capitali propri, qui in Italia la percentuale si attesta intorno 17% e fa leva sul sistema bancario per ottenere i fondi necessari alla propria sopravvivenza - spiega Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni e ANPIB -. La cosa più importante per l’Italia, in questo momento  è far incontrare chi gestisce i fondi di private equity con chi governa il sistema manifatturiero del nostro Paese. A fronte di una domanda sempre più insistente dei capitali esteri, le PMI italiane risultano oggi ancora molto impreparate».

Attratti dal Made in Italy, ma con piccolo taglio
Il territorio nazionale è un bacino eccezionale da cui i fondi di private equity possono attingere per investire in aziende, grazie alla presenza di società operanti in nicchie industriali molto specializzate e ad alto valore aggiunto. In termini di ammontare investito, infatti, sono proprio le aziende del Made in Italy (69% delle transazioni) a far brillare gli occhi agli stranieri (dato che non sorprende, peraltro). Il problema è che il taglio degli investimenti resta basso: stiamo parlando in media di 13,5 milioni di euro per singola operazione. I fondi di private equity nazionali, inoltre, dominano il settore, dando origine a più del 75% delle transazioni. Uno dei punti principali di debolezza del mercato nazionale del private equity è anche rappresentato dalla piccola dimensione delle società di private equity domestiche, non sempre in grado di far fronte alle esigenze di asset allocation dei grandi investitori internazionali. I fondi di private equity nazionali, però, dominano il settore, dando origine a più del 75% delle transazioni.

Far incontrare domanda e offerta
Ed è proprio per far incontrare domanda e offerta che Confassociazioni Giovani e Startup ha organizzato per il 23 settembre a Roma un evento dal titolo: «Il ruolo propulsivo del private equity per lo sviluppo economico», con l’obiettivo di far incontrare gli attori di questo ecosistema per meglio comprendere quali sono i canali e le caratteristiche da implementare affinché le PMI del nostro Paese possano soddisfare i requisiti richiesti dal mercato del private equity.