9 marzo 2021
Aggiornato 08:00
Economia

Startup e investitori, il valore sociale genera nuova economia

Cosa significa fare startup a impatto sociale? E, soprattutto, come si inserisce l'esigenza di generare impatto positivo per la comunità nel dialogo e nel rapporto con gli investitori? Lo abbiamo chiesto alle startup accelerate da SocialFare.

TORINO - L’importanza di un percorso di accelerazione diventa evidente soprattutto alle battute finali, quando il tempo stringe e si avvicina l’investor day, evento conclusivo di qualsiasi programma di accelerazione. Quando dopo mesi passati ad analizzare metriche e mercato, studiare i competitor e le strategie, si devono tirare le somme e presentarsi a chi permetterà o meno lo sviluppo del tuo progetto: l’investitore. Nel seguire per 2 mesi di programma le social impact startup accelerate da SocialFare | Centro per l’Innovazione Sociale, abbiamo capito quanto questo percorso sia fondamentale per l’apprendimento delle logiche imprenditoriali e determinante per il processo di scalabilità delle imprese. Due i pilastri fondamentali che permettono alle startup di compiere questo sprint verso mercato e scalabilità: il trasferimento di conoscenza e competenze, e il tutoraggio. Un percorso intenso, rapido e immersivo che può durare dai 2 ai 6 mesi, e che mira ad accelerare il ciclo di vita delle giovani imprese.

Ma nel programma di accelerazione proposto da SocialFare, che abbiamo seguito in questi due mesi attraverso le interviste ai suoi protagonisti, alle startup non è chiesto solo di mettersi in gioco e imparare le strategie per scalare il mercato per sopravvivere nel medio-lungo periodo. Per le startup a impatto sociale questo obiettivo deve sposarsi con il conoscere e progettare soluzioni efficaci per il prioprio target e beneficiari, generando impatto. Iniziamo però con una specifica: vale fino a tre miliardi di euro al 2020 l’asset dell’impact investing in Italia, per un mercato (potenziale) ancora più stimolante: ben 28,9 miliardi di euro, identificato dal divario tra spesa pubblica e reale bisogno della popolazione: un gap che può trasformarsi in un mercato interessante. E le startup come quelle accelerate in questi mesi da SocialFare contribuiscono a mostrare quanto scegliere di inserirsi in questo mercato possa risultare interessante anche per gli investitori.

Ci siamo per tanto chiesti quali siano gli elementi che diventa necessario tenere in considerazione e come si modifichi il dialogo con gli investitori quando si parla di startup a impatto sociale. A pochi giorni dal termine del programma di accelerazione di SocialFare, che giungerà a compimento venerdì 7 luglio con il Social Impact Investor Day, abbiamo rivolto questo interrogativo alle startup per indagare insieme a loro come l’esigenza di generare non solo nuova economia ma anche impatto sociale positivo stia orientando il loro business, modificandolo, e quali vantaggi o svantaggi comporti rispetto ai processi di scalabilità che una startup in accelerazione deve attuare.

Lo abbiamo chiesto a EpiCura, Mug Studio, reBOX e Synapta, scoprendo come i processi di analisi del proprio target, validazione del prodotto, l’individuazione di un mercato e la scalabilità siano uguali a quelli che avvengono per ogni altro tipo di startup digitale o tech. Ma nel dialogo con loro tante anche le differenze emerse, e le cose più interessanti sono emerse proprio esplorando il dialogo delle startup con gli investitori: «Quando l’investitore comprende il vero impatto sociale che può avere il progetto - raccontano i ragazzi di EpiCura, piattaforma di matching tra osteopati/fisioterapisti e pazienti interessati a ricevere a casa propri i trattamenti degli specialisti - investe ancora più volentieri», anche per soddisfare la propria filantropia. Non è raro, infatti, che chi investe in una startup early stage lo faccia, inizialmente, non tanto per un ritorno economico, quando piuttosto per restituire il know how acquisto e ‘per sentirsi utile’. «La vera innovazione, quando si fa startup a impatto sociale - mi racconta Federico di Synapta, che ha sviluppato la piattaforma Contratti Pubblici, il google per gli appalti pubblici - è riuscire a far fare a privati le cose che fino a quel momento ha fatto la Pubblica Amministrazione, aumentando la collaborazione, la condivisione» e creando un asset di tipo orizzontale, piuttosto che verticale.

Allo stesso modo fare startup a impatto sociale non deve spaventare neppure i neo imprenditori che hanno intenzione di lanciarsi nel settore con un nuovo progetto. Il motivo è semplice: sono molti i players che, in questo momento, sono interessati ad investire su prodotti/servizi connessi alla ‘comunità’ e ai diversi benefici apportati in termini di servizi ai cittadini, di sostenibilità ambientale, di benessere o di welafare. «Per certi aspetti è quasi più semplice incontrare investitori - dicono i ragazzi di Mug Studio, che hanno sviluppato Shike (servizio di bikesharing che grazie ad un rivoluzionario lucchetto smart permette di disporne secondo un meccanismo di free floating) -. Il target è, infatti, più ampio e soprattutto non solo digitale. Per noi che ci occupiamo di mobilità sostenibile, anche un semplice evento in città potrebbe essere proficuo». Si tratta di un ambito in crescita e sempre più capace di attrarre interesse, come attestato dalla creazione di un Fondo europeo dedicato alla Social Innovation che ha stanziato 10 milioni di euro per le startup a impatto sociale. E lo sa bene il team di ReBOX che ha ideato un contenitore per combattere gli sprechi alimentari portando a casa gli avanzi dal ristorante: «Non credo che avremmo avuto la stessa visibilità se avessimo trattato un settore diverso da quello sociale. Il guadagno c’è ed è fondamentale poiché è l’unica costante che ti può permettere di dare continuità al tuo progetto. E quando si parla di temi importanti come questi, è la continuità che fa la differenza».