25 ottobre 2020
Aggiornato 03:00
innovazione

Sharing economy, quando la sfida diventa opportunità

Il 62% degli italiani ha provato almeno una volta un servizio collaborativo dicendosi molto soddisfatto (nell'80% dei casi). Un'analisi che conduce alle sfide che dobbiamo affrontare oggi che potranno trasformare la nostra società

MILANO - In Italia il 62% ha partecipato almeno una volta a esperienze di consumo collaborativo. In poche parole? Ha affittato almeno una volta una casa su AirBnb, preso un’auto Uber o partecipato a una cena Gnammo, solo per citarne qualcuno. E’ la sharing economy sostenibile, inclusiva dei diretti consumatori, aperta a leggi che la promuovano invece che ingessarla. I dati arrivano dall’analisi: «Sharing economy: quando il valore è partecipato», tratta dallo studio internazionale «Collaboration or business? Collaborative consumption: unlocking its real value for the users» e presentata da Altroconsumo in vista del Festival dedicato alla Sharing Economy e che si svolgerà a Milano il prossimo 24-25 settembre.

Il 62% degli italiani ha provato almeno una volta un servizio collaborativo
L’analisi condotta nasce dall’indagine statistica su un campione di 8.679 consumatori europei (2.336 in Italia) per misurare partecipazione, motivazioni e soddisfazione. Il 62% della popolazione italiana ha provato almeno una volta un servizio collaborativo. L’80% di chi ha provato servizi di mobilità e alloggi si dichiara molto soddisfatto. La non partecipazione, peraltro, è da ricercarsi in motivazioni che, per certi aspetti, esulano dalla usabilità dei servizi: nel 61% dei casi di tratta di mancanza di necessità, nel 43% a causa di barriere informative. Solo un quarto di chi non ha mai partecipato ha citato come motivo la sfiducia nelle persone e, in questo caso specifico, nella community. Le barriere di entrata nella sharing economy sono aggirabili, pochi e accessibili sono gli strumenti di cui gli utenti hanno bisogno. Il meccanismo di forza dell’utilizzo delle piattaforme è il basso costo di accesso nonché la possibilità di creare un mercato di redistribuzione di risorse e servizi. Inoltre è constatato, grazie a una ricerca di BlaBlaCar, che ormai le persone si fidano più della community generata da queste piattaforme di condivisione di servizi che dai loro colleghi con cui dividono la scrivania.

La sfida di domani
La sfida normativa è oggi la concretezza del Disegno di legge sulla sharing economy in via di definizione. Uno sforzo non indifferente anche per Altroconsumo, attento nell’abilitare modelli innovativi di servizio, senza reprimerli e burocratizzarli. «Una volta il consumatore voleva essere tutelato - ci dice Franca Braga di Altroconsumo -. Oggi, invece, si registra una nuova tendenza: il consumatore vuole partecipare, vuole essere parte integrante del processo produttivo e non dobbiamo consentirglielo». La vera sfida sta nel capire quale sia il confine tra un’attività professionale o meno. La proposta di legge definisce a fini fiscali, non regolatori, una soglia di reddito entro la quale un’attività possa essere considerata integrazione, aldilà della quale si tratterebbe invece di attività professionale. Ambiti diversi, che emergono dallo studio di Altroconsumo come due diversi mercati: mentre nel rapporto tra utenti e piattaforma digitale si applica la normativa riguardante internet (e-commerce), per il servizio fornito dal prosumer ai consumatori della piattaforma la normativa applicabile rimane quella del codice civile. Lo studio stigmatizza anche criticità in essere. Il settore non emerge aperto alla condivisione di informazioni: poca trasparenza e riluttanza alla comunicazione soprattutto riguardo dati economici, fiscali e di gestione dei dati personali degli users. Nel luglio del 2015 Altroconsumo ha proposto un memorandum. La sfida è vedere nelle organizzazioni dei consumatori un interlocutore per l’eliminazione delle eventuali pratiche commerciali scorrette e clausole vessatorie, per la risoluzione delle controversie (ADR) e responabilizzazione delle piattaforme.