17 ottobre 2019
Aggiornato 22:00
bisogna sapere quando privacy viene violata

Privacy digitale, Microsoft fa causa al governo USA

Microsoft sostiene che il governo USA abbia richiesto più volte dati personali dei suoi utenti obbligando il colosso a non informare gli utenti di questa perquisizione digitale

Microsoft contro governo USA
Microsoft contro governo USA Shutterstock

WASHINGTON - Sul dibattito inerente la  privacy digitale si apre un nuovo capitolo: è quello di Microsoft contro il governo americano, il primo che fa causa al secondo. Motivo? Ancora una volta, dopo il caso di Apple e l’avvenuta crittografia dei messaggi WhatsApp, è scatenare la bufera è la privacy digitale che parrebbe esser violata dal governo di Obama.

Microsoft fa causa al governo USA
Nella fattispecie Microsoft ha citato in giudizio il dipartimento di giustizia americano per fermare il tentativo messo in atto dal governo di costringere la multinazionale fondata da Bill Gates a tenere all’oscuro i propri clienti quando viene di fatto violata la loro privacy. Nel dossier presentato da Microsoft si evidenzia la sempre più richiesta da parte di polizia e autorità giudiziaria di mettere mano su contenuti strettamente personali degli utenti quali mail e altro. Nello specifico la multinazionale avrebbe ricevuto oltre 5mila richieste di accesso ai dati dei suoi clienti presentate dalle autorità federali, solo ed esclusivamente nell’ultimo anno e mezzo. Il dato allarmante sottolineato da Microsoft sta nel fatto che quasi la metà delle richieste era, altresì, accompagnata da una stretta ingiunzione del giudice: non far sapere ai clienti che si stava di fatto verificandosi una violazione della privacy. E’ questo piccolo, ma grande particolare a muovere l’accusa da parte di Microsoft nei confronti del dipartimento di giustizia americano: l’incostituzionalità nel divieto di informare il cliente quando i suoi dati sono stati consegnati a polizia e magistratura.

Imprese hi-tech contro governi
Le accuse mosse da Microsoft alimentano come vento sul fuoco il dibattito relativo alla privacy digitale, in questo periodo già sotto la lente d’ingrandimento. A seguito dei drammatici fatti di cronaca - attentati terroristici - e con l’uso sempre più inconsapevole e smodato delle tecnologie, l’esigenza è quella di trovare un equilibrio tra il diritto alla privacy, da una parte, e gli attuali meccanismi di sicurezza dall’altra. Un equilibrio che pare essere alquanto latente, considerando gli ultimi episodi. Ciò che emerge, sicuramente, con estrema chiarezza, è la portata che stanno raggiungendo i colossi hi-tech in termini di imperatività globale. Veri e propri vasi di Pandora, da un lato da proteggere, dall’altro all’interno di cui possono celarsi non pochi pericoli. Del resto, altro non è che la trasposizione del mondo reale in quello digitale che, dopotutto, l’uomo si è creato.

Il caso di WhatsApp
Molto si è dibattuto sulla crittografia end-to-end installata di default dalla piattaforma di messaggistica WhatsApp. La piattaforma è entrata a gamba tesa nel dibattito sulla sicurezza e la privacy nel settore tecnologico: l'app per scambiare messaggi, lanciata nel 2010, rilevata da Facebook nel 2014 e che attualmente conta un miliardo di utenti in tutto il mondo, ha deciso di rafforzare i sistemi di sicurezza, criptando tutti i messaggi scambiati. Questo significa che testi, video e immagini inviati, da qualunque piattaforma mobile e su qualsiasi dispositivo, saranno visibili solo da chi ha inviato il messaggio e da chi lo ha ricevuto.