15 novembre 2019
Aggiornato 21:30
Si stampa cibo in 3D

OffiCucina, il primo laboratorio della food innovation

Un laboratorio di idee ed esperimenti sul cibo e sull'utilizzo delle nuove tecnologie e della digitalizzazione rapportato alla cucina. Un percorso di studio che guarda al futuro e anche all'estero.

REGGIO EMILIA - Unire le macchine alla cucina. Un concetto ormai esplorato giacché le industrie fanno uso delle macchine per produrre qualsiasi tipologia di cibo. Solo che qui non parliamo di consueti macchinari, ma di tecnologie vere e proprie e completamente all’avanguardia. Siamo nell’OffiCucina di Reggio Emilia, un laboratorio super tecnologico nato dalle idee dell’architetto Francesco Bombardi, unico al mondo dove viene sperimentato l’uso delle nuove tecnologie con i cibo della tradizione.

Cos’è OffiCucina
La folata d’aria trasportata e tralasciata dall’Expo 2015 ha lasciato ampio margine a quella che è, di fatto, la food innovation, l’utilizzo delle nuove tecnologie - come la stampa 3D - rapportata al cibo. OffiCucina ne è l’esempio più lampante: «Abbiamo voluto creare uno spazio altamente qualitativo sia a livello di design che a livello di progettazione degli spazi - ci racconta l’architetto Bombardi -. Uno spazio di ricerca che fosse anche bello e, soprattutto, all’avanguardia dove poter sperimentare il processo di digitalizzazione che avviene ai nostri giorni anche sul cibo». Reggio Emilia non è di certo una città a caso: culla dell’enogastronomia italiana raccoglie prodotti tipici e della tradizione che fanno invidia a tutto il mondo. Stampanti 3D che producono cioccolatini, elettronica nella pratica della tracciabilità dei prodotti, tagli laser per incidere e personalizzare il cibo. Insomma, un vero e proprio laboratorio creativo dal quale nascono idee che possono, di fatto, cambiare il modo di concepire oggi la cucina.

(Credit photo courtesy of You Can Group)

Cioccolatini e tortellini con la stampa 3D
Il laboratorio è, attualmente a disposizione degli studenti del Food Innovation Program, master di secondo livello dedicato a food e innovazione, promosso da Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia (Unimore), Future Food Institute di Bologna (FFI), e Institute for the Future di Palo Alto (IFTF). I fortunati studenti, durante una parte del loro percorso formativo, si trovano a lavorare proprio all’interno di OffiCucina dove sperimentano e creano nuovi prodotti e soluzioni. «Nella scorsa edizione abbiamo stampato per la prima volta in 3D - ci racconta Bombardi - un cioccolatino all’aceto balsamico, un tortellino alla zucca e della pasta di fagioli. La tecnologia sta entrando a far parte delle nostre vite in modo sempre più radicale e diventa efficace quando non si nota più la differenza tra un prodotto manuale e uno ‘digitale’. La tecnologia è in grado di dare esperienze di cibo differenti e nuove texture, nuove forme che prima non potevamo creare». Insomma, secondo l’architetto ben presto ci ritroveremo a mangiare tagliatelle al ragù fatte con la stampante 3D e neppure saremmo in grado di accorgercene.

Un progetto che guarda al territorio
Ma il progetto di OffiCucina non si limita a Reggio Emilia: «Vogliamo creare un modello di laboratorio innovativo esportabile - ci racconta Sara Roversi di You Can Group -. A breve apriremo un’altra sede a Bologna e, successivamente, altre sedi a settembre. Siamo rimasti a bocca aperta dopo la prima edizione del Food Innovation Program svoltasi lo scorso anno e mai pensavamo di doverla replicare così in fretta». Dopo il master tante le opportunità di crescita, sia all’interno del gruppo medesimo e del laboratorio, si nelle imprese del settore della food innovation. Il progetto, neanche a dirlo, coinvolge a 360° tutto il territorio locale per favorire non solo la crescita degli studenti e dell’innovazione, ma anche delle piccole realtà che ne risultano maggiormente discriminate, andando a scoprire anche quelle realtà più sconosciute: «Spesso non ci accorgiamo - continua Sara - che la vera innovazione ce l’abbiamo dietro casa. Basta avere la possibilità di riuscire a scovarla».