16 ottobre 2019
Aggiornato 02:00
I nostri studenti usano (poco) il computer, ma non sanno come è fatto

L'ultimo ritardo degli italiani è con l'era digitale

La digitalizzazione scolastica è uno dei punti principale del dossier «La Buona Scuola», fiore all'occhiello dell'esecutivo. Ma siamo ancora lontanissimi dal raggiungere gli obiettivi previsti e gli standard dei nostri cugini del Nord Europa. Il risultato? I nostri studenti studiano di più (sui libri), ma apprendono di meno. E per arrivare ai livelli della Gran Bretagna, ci vorranno almeno 15 anni

ROMA«Competenze digitali: coding e pensiero computazionale nella primaria e piano ‘Digital Makers’ nella secondaria. Diffusione dello studio dei principi dell’Economia in tutte le secondarie», recita programmaticamente parte del decimo punto del documento «La buona scuola», fiore all’occhiello con cui si è presentato questo esecutivo. Eppure, una recente indagine OCSE, ripresa dal sito agendadigitale.eu e analizzata dal professore della Bicocca Paolo Ferri, disattende, per ora, le aspettative, e dimostra quanta strada ci sia ancora da fare prima di raggiungere i risultati prefissati.

IN ITALIA SOLO IL 9% DELLE CLASSI È ONLINE; IN GRAN BRETAGNA L’80% - Al di là del fatto che, secondo il rapporto, in Finlandia venga investito in istruzione, formazione e ricerca il 7,1% del PIL, mentre in Italia un risibile 0,8%, è soprattutto a livello metodologico e tecnologico che il gap tra la scuola italiana e quelle più avanzate è davvero elevato. I nostri insegnati sono molto preparati, ma lavorano all’interno di un sistema che presenta elementi di radicale inefficienza rispetto a quelli dei nostri cugini OCSE. D’altronde, secondo i dati forniti dallo stesso documento governativo «La buona scuola», in Italia solo il 9%, secondo le stime più ottimistiche, delle classi è connesso ad internet. Nei Paesi con i migliori risultati nei test OCSE-PISA, questa percentuale supera sempre l’80%. Un dato che non lascia dubbi: il gap digitale a cui è condannata la scuola italiana influisce negativamente anche sulle performance dei nostri ragazzi, il cui studio, non a caso, risulta meno «efficace» rispetto ai colleghi del Nord Europa. Secondo i dati OCSE, in particolare, gli studenti italiani studiano il doppio a casa di quelli finlandesi e coreani, ma non raggiungono gli stessi risultati in molte materie: in primis, in matematica. Finlandesi e coreani, che svettano nelle classifiche sulle competenze scolastiche, dedicano, però, allo studio in media meno di tre ore la settimana, meno della metà degli italiani. Anche inglesi, francesi e tedeschi hanno risultati migliori in matematica e studiano a casa molto meno dei nostri studenti.

I NOSTRI STUDENTI OFFLINE STUDIANO DI PIÙ E RENDONO DI MENO - Insomma, vi sarebbe un’interconnessione evidente tra la scarsa digitalizzazione della nostra scuola, e l’efficienza degli alunni italiani. Costretti, sembrerebbe, a studiare a casa, sui libri, per molto tempo, a causa della mancanza, nei loro istituti, di infrastrutture digitali in grado di mettere a disposizione molte più risorse, oltre ad ambienti di apprendimento disciplinari free disponibili on-line che, evidentemente, migliorerebbero di gran lunga le loro performance. E non a caso la matematica rimane, per i nostri studenti, lo scoglio più ostico da superare: secondo l’indagine OCSE, ad esempio, chi ha accesso a Internet in classe può fruire, attraverso le «classi virtuali», i video e i contenuti del progetto Khan Accademy, organizzazione educativa no profit creata nel 2006 da Salman Khan, un ingegnere statunitense originario del Bangladesh. Tale progetto si propone di «fornire un'educazione di alta qualità a chiunque, dovunque», attraverso le video-lezioni di matematica, ma anche di fisica, chimica, biologia, astronomia, economia. Ciascuna lezione dura all'incirca dieci minuti ed è corredata di esercizi e di tracce di lavoro da svolgere nella classe virtuale, che ciascun docente può crearsi gratuitamente.

SCUOLA 2.0: PIÙ EFFICIENZA, MENO COSTI - Secondo il professor Ferri, dunque, «è chiaro che nei paesi dove Internet e le metodologie didattiche attive legate all’utilizzo delle tecnologie in classe sono più diffuse minore è il numero di ore che vengono dedicate ai cosiddetti compiti a casa. Come accade appunto in Finlandia e Corea e negli altri paesi ad alta integrazione delle tecnologie nei sistemi di apprendimento». L’adozione, infatti, di metodologie didattiche attive, riduce evidentemente la quota di apprendimento nozionistico necessario agli studenti, ma li abitua a un lavoro di ricerca e approfondimento attivo, guidato dall’insegnante in classe e a casa. La disponibilità di Ambienti virtuali, inoltre, abbatterebbe le distanze tra scuola e casa, garantendo allo studente di essere «sempre connesso» e potenzialmente guidato dall’insegnante. Per le scuole e le famiglie, poi, il vantaggio sarebbe anche economico: negli USA e nel Regno Unito il risparmio per le scuole e le famiglie, ove si scelga la versione digitale dei libri di testo, si aggira  intorno al 60%. Gli editori anglosassoni e del Nord Europa hanno infatti deciso autonomamente, al contrario di quelli di casa nostra, di farsi concorrenza sul nuovo supporto digitale, riducendo cospicuamente i prezzi.

PER RAGGIUNGERE LA GRAN BRETAGNA CI VORRANNO 15 ANNI - Eppure, i tempi di adeguamento dell’Italia allo standard del Nord Europa sembrano ancora troppo lunghi. Secondo l’analisi OCSE, nel Piano Nazionale italiano per la Scuola Digitale ci sarebbero sì punti di forza, ma, se non si accelera il processo di digitalizzazione, potrebbero volerci altri 15 anni per raggiungere il target, ad esempio, della Gran Bretagna,  dove l’80% delle classi è già in rete. Per il 2015, sono attese negli istituti italiani 4.200 lavagne interattive Lim, altre 2.600 classi saranno 2.0, 16 nuove scuole lavoreranno via internet e in 6 Regioni saranno istituiti Centri Scolastici Digitali. Queste, almeno, sono le promesse: promesse che, al di là del fatto che vengano mantenute o meno, rischiano di rappresentare uno sforzo insufficiente. Infatti, secondo il rapporto, 30milioni l'anno di budget sono pochi, e pari ad appena 5 euro a studente: questo dimostra che il processo di equipaggiamento tecnologico è troppo lento. L'Italia, oltretutto,  è al terz'ultimo posto in Europa per penetrazione di Ict nelle scuole, prima solo di Romania e Grecia. D’altronde, nelle nostre scuole elementari è a disposizione un solo pc ogni 15 studenti: una percentuale che fa toccare con mano l’arretratezza del nostro Paese in tema di scuola 2.0.

PER LA BUONA SCUOLA SI DOVRÀ ANCORA ATTENDERE - Mentre i dati OCSE ci allarmano in merito all’efficienza digitale del nostro sistema di istruzione, il Miur si inorgoglisce dei passi avanti fatti. Fiore all’occhiello del suo intervento, previsto nel programma «La Buona Scuola», il progetto triennale «Programma il futuro» con cui 1.176 classi, 448 insegnanti e oltre 22.000 studenti hanno sperimentato il coding – programmazione informatica – a scuola- Un progetto nato dalla collaborazione fra il MIUR e il CINI, e che ripropone, nel nostro Paese, un’esperienza di successo avviata negli USA che ha visto, nel 2013, la partecipazione di circa 40 milioni di studenti e insegnanti di tutto il mondo. Eppure, se la banda larga fatica ad arrivare nelle scuole, e i pc a disposizione degli studenti sono rari e vecchi, ci si chiede come potersi aspettare che queste esperienze si trasformino, da virtuose eccezioni, a diffuse pratiche. Nella speranza che il motto «digitalizzare per diventare  efficienti, diventare efficienti per migliorare la scuola» non rimanga soltanto una scritta in bella vista nel dossier del MIUR, ma si trasformi al più presto in una realtà tangibile.