6 dicembre 2021
Aggiornato 22:30
Ricostruita nel dettaglio la formazione dei monti

Così si sollevano gli Appennini e si scatenano i terremoti

Boschi (INGV): «Lo studio ci fa capire meglio la geodinamica mediterranea»

ROMA - Chiarito il meccanismo di sollevamento di una parte dell'Appennino Centrale, fra Toscana, Umbria, Marche e Lazio, e la liberazione dell'energia sismica che accompagna il processo. La scoperta è stata fatta da un gruppo di ricercatori dell'Ingv (Claudio Chiarabba, Pasquale De Gori e Fabio Speranza) con un articolo pubblicato su «Lithosphere», rivista della Geological society of America. Il meccanismo è stato svelato grazie allo studio dei terremoti che si sono verificati tra 2000 e 2007 in questa parte dell'Appennino Centrale, che evidenziano lo sprofondamento di una parte della crosta e del sottostante mantello facenti parte della «micro placca Adriatica».

«Piano di Benioff» - Lo studio della distribuzione degli ipocentri dei terremoti lungo un piano inclinato verso Ovest, le caratteristiche della crosta individuate dalla tomografia sismica, e l'analisi dei meccanismi focali, hanno portato i ricercatori Ingv a ricostruire, fino a una profondità di circa 60 km, il cosiddetto «piano di Benioff» lungo il quale parte della crosta inferiore sprofonda insieme al mantello. Il fenomeno è accompagnato dal rilascio di anidride carbonica che, risalendo attraverso le fratture della crosta, sembra costituire uno dei meccanismi di innesco dei terremoti appenninici, come quelli di Norcia (1979), Colfiorito (1999) e L'Aquila (2009).

Claudio Chiarabba, portavoce del gruppo, spiega: «Rispetto agli studi precedenti, abbiamo definito meglio quanta parte di crosta rimane a formare il wedge appenninico e quanta subduce in maniera solidale al mantello. Penso che siamo di fronte a un processo il cui motore non è necessariamente da ricercarsi nello scontro attivo tra le due placche, ma in processi legati a cosa succede alla fine di una collisione». Questo tipo di processo è comunque «tipico dell'Appennino Centrale e significativamente diverso da quello che produce i forti terremoti in altre porzioni di Appennino». Enzo Boschi, presidente Ingv, parla di «risultato fondamentale per la comprensione della geodinamica mediterranea, una delle zone più complesse del nostro Pianeta». Lo studio «è un lavoro che evidenzia l'importanza del contributo dell'anidride carbonica (CO2) proveniente dall'interno della Terra».