24 ottobre 2019
Aggiornato 07:00
Crisi coreana

Dopo la testa di Bolton, Pyongyang vuole anche quella di Pompeo

Posizione che spiazza lo stesso Trump convinto che la sparizione dal campo di gioco di Bolton avrebbe prodotto un «nuovo metodo» nei negoziati

Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo con il leader nordcoreano Kim Jong-un
Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo con il leader nordcoreano Kim Jong-un ANSA

NEW YORK (ASKANEWS) - Dopo aver ottenuto la testa del «falco» John Bolton, la Corea del Nord punta ora a far saltare anche il segretario di Stato Usa Mike Pompeo? Di fatto, Pyongyang ha chiesto lo scalpo del capo della diplomazia americana, definendolo un «fattore destabilizzante», al presidente americano Donald Trump, il quale ieri ha chiaramente collegato il siluramento del suo ex consigliere di sicurezza nazionale al suo atteggiamento troppo intransigente sul tavolo del negoziato nucleare nordcoreano. Un giornale affiliato alla Corea del Nord, il Choson Sinbo, ha sostenuto oggi che l'uscita di scena di Bolton è «una buona cosa», anche perché a suo dire fu proprio lui il principale responsabile del fallimento del summit di Hanoi a febbraio. Ma ha aggiunto che ora tocca a Pompeo. «E' una buona cosa che il presidente Trump si sia liberato di lui, rispettando l'opinione del Nord, ma alla Casa bianca il fattore destabilizzante del segretario di stato Pompeo rimane», ha scritto il giornale.

Il «modello libico» per Pyongyang

Questa posizione, in parte, spiazza lo stesso Trump, il quale ieri, parlando coi giornalisti, aveva suggerito che la sparizione dal campo di gioco di Bolton avrebbe prodotto un «nuovo metodo» nei negoziati con la Corea del Nord. Trump - che con Bolton ha litigato su diversi dossier, come quello iraniano - è stato abbastanza chiaro sul fatto che, tra i principali motivi che hanno portato al siluramento di Bolton, c'è la questione nordcoreana, richiamando una nota dichiarazione dell'ex consigliere di sicurezza nazionale, il quale aveva evocato il «modello libico» per Pyongyang.

Pyongyang: «Via anche il Segretario di Stato»

La Libia di Muammar Gheddafi rinunciò unilateralmente al programma nucleare nel 2003, prima di ricevere concessioni. Evocare la Libia, però, per il regime di Kim Jong Un equivale a sventolare un panno rosso davanti al toro durante una corrida. Tutti sanno la fine che ha fatto Gheddafi nel 2011: un proiettile in testa. E Trump è tornato su questa provocazione di Bolton, nell'evocare un nuovo modello: «Lui parlò del 'modello libico'. Questo ci mise in una pessima posizione. Così io penso che John dovrebbe dare uno sguardo a quanto di male ha fatto in passato e forse un nuovo metodo sarebbe la cosa migliore». Se però Trump pensa di aver spianato la strada ai negoziati rimuovendo l'ostacolo Bolton, che per Pyongyang era un «consigliere distruttore della sicurezza» e un «difetto umano», ora però si trova di fronte alla richiesta di neutralizzare la «tossina dura a morire della diplomazia Usa», cioè il segretario di Stato Pompeo, altro fautore di una linea più intransigente nei confronti della Corea del Nord.

Negoziati comunque destinati al fallimento?

Basterà, insomma, a Pyongyang la testa di Bolton per riaprire il tavolo? La scorsa settimana il viceministro degli Esteri Choe Son-hui ha dichiarato che Pyongyang è disposta a sedersi al tavolo entro la fine del mese, se Washington presenterà un nuovo «metodo di calcolo» accettabile. Il cambio di «modello» proposto da Trump sarà sufficiente? Non secondo Bolton, il quale ha dichiarato in un'occasione privata - secondo il giornale Politico - che ogni negoziato tra i due paesi è «destinato al fallimento».