14 novembre 2019
Aggiornato 18:00
Esteri

Trump attacca la Cina: «Ci deruba da anni». In arrivo dazi per 500 miliardi

Il presidente degli Stati Uniti annuncia la guerra commerciale contro Pechino. Uno scossone alla vigilia del vertice finanziario del weekend a Buenos Aires

WASHINGTON – Il presidente Donald Trump ha dichiarato di essere pronto a imporre dazi su tutti i prodotti cinesi importati negli Stati Uniti, pari a 505,5 miliardi di dollari nel 2017. «Sono pronto ad arrivare a 500», ha detto, durante un'intervista in onda ieri mattina sulla Cnbc, riferendosi appunto al valore di tutte le importazioni dalla Cina dello scorso anno, secondo i dati del Census Bureau; le esportazioni statunitensi in Cina, invece, sono state pari a 129,9 miliardi di dollari. Finora, le tariffe statunitensi sono stati imposte solo su prodotti cinesi del valore di 34 miliardi, a cui la Cina ha risposto con dazi su prodotti statunitensi.

L'aquila contro il dragone
Il presidente vuole colpire il surplus da 375 miliardi di dollari che Pechino detiene nell'interscambio con gli Usa. Ma soprattutto intende ottenere concessioni sui dazi e la promessa di smettere di appropriarsi della tecnologia statunitense. «Non lo faccio per motivi politici – ha aggiunto – Lo faccio per il bene del Paese. Siamo stati derubati dalla Cina per anni». Trump ha poi spiegato che gli Stati Uniti sono stati «sfruttati» su più fronti, inclusi il commercio e la politica monetaria. «Non voglio spaventarli, ma voglio che facciano bene. Mi piace molto il presidente Xi, ma è stato molto ingiusto». Il presidente Usa ha attaccato inoltre Cina, ma anche l'Ue, perché manipolerebbero le loro monete per rendere meno competitivo il dollaro nelle esportazioni e non ha risparmiato la politica di rialzo dei tassi d'interesse attuata dalla Fed. Interventi che hanno innervosito le Borse europee, che hanno chiuso in calo.

Alta tensione al G20
I conflitti commerciali globali innescati dalle politiche protezionistiche del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sono destinati a dominare il vertice finanziario dei Paesi G20 che si riunisce nel fine settimana a Buenos Aires. Il segretario al Tesoro americano Steven Mnuchin è pronto a «rispondere alle preoccupazioni sulle politiche commerciali degli Stati Uniti» nella riunione, che raggruppa i ministri delle finanze e le banche centrali delle 20 principali economie del mondo, inclusa l'Unione europea. Ma il capo del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde ha avvertito che l'aumento delle restrizioni commerciali rappresenta «la più grande minaccia a breve termine» per l'economia mondiale, nonostante una crescita prevista del 3,9 percento fino al 2019. L'istituzione di Washington ha anche avvertito Trump che «l'economia americana è particolarmente vulnerabile» a causa di «misure di ritorsione». Secondo gli economisti del Fmi nello scenario peggiore peggiore il Pil globale potrebbe perdere 430 miliardi di dollari, mezzo punto, nel 2020 se tutte le minacce tariffarie e le ritorsioni saranno attuate. A margine degli incontri più ampi, Paesi membri del Gruppo dei Sette terranno anche una sessione di un'ora per discutere nuovamente di ciò che gli Stati Uniti chiamano «l'aggressione economica della Cina». Sul tavolo del G20 anche il futuro dell'Accordo di libero scambio nordamericano (Nafta), con negoziati ad alto rischio in corso tra Stati Uniti, Messico e Canada per rinnovare il patto. Ma a differenza del summit del G7 di giugno in Quebec, dove Trump ritirò il suo sostegno per il comunicato congiunto, l'incontro di Buenos Aires dovrebbe produrre una dichiarazione comune concordata da tutti, anche se forse un po' annacquata sulla questione del protezionismo, per volere degli Stati Uniti.