23 settembre 2020
Aggiornato 05:30
Crisi Germania

Politica e speculazione: cosa accadrà se cade Angela Merkel

Meno migranti e maggiore austerità verso i Paesi del Sud Europa: cosa accadrà se cade Angela Merkel

BERLINO - L'onda lunga della scossa tellurica, politica, italiana potrebbe far crollare il governo tedesco: e con esso il ventennale potere di Angela Merkel. La situazione è molto seria, probabilmente senza precedenti nella storia recente. Il ministro degli interni Seehofer ha detto chiaramente che l'accordo raggiunto al Consiglio Europeo di Bruxelles è insufficiente e vogliono avere «mano libera» sui migranti. Horst Seehofer ha bollato i risulati di giovedì scorso come «non equivalenti alle sue misure di respingimento immediato dei migranti secondari alle frontiere tedesche». «Non capitoleremo di fronte alla cancelliera», gli fa eco il governatore e leader della Csu Markus Söder. Ma dove potrebbe giungere la crisi di governo tedesca? La coalizione, per molti versi schizofrenica dato che va dai socialisti della Spd alla conservatrice Csu, passando ovviamente per i cristiano-democratici della Merkel, evidenzia i limiti congeniti delle aggregazioni «insalata russa». La visione globalizzatrice della Spd non può avere punti di contatto con il sovranismo della Csu: un tratto che si evidenzia anche in Italia, come ben evidenziato dallo scontro tra il presidente della camera Roberto Fico e il governo, sempre sulla questione migranti.

Politica e speculazione in Germania
Come potrebbe reagire la speculazione internazionale alla caduta di Angela Merkel? Se si seguono i recenti esempi del passato, la crisi politica tedesca dovrebbe mettere, almeno minimamente, sotto pressione il bund decennale tedesco. Ovviamente non è in discussione la solidità del debito pubblico della Germania, fondato su un'economia sempre florida – sebbene queste fondamenta sempre più siano piantate nella precarizzazione sociale permanente. Il surplus di bilancio continua a registrare record in successione, totalmente irregolari e dannosi per i «partner» europei, per cui non vi sono cause strutturali per speculare sul bund tedesco. L'euro inoltre è sempre un bene rifugio per la Germania: di basso valore, chiaramente impostato sulla politica manifatturiera da esportazione.

La cause politiche
Ma esistono invece cause politiche. Come insegnato dalla crisi dello spread del 2011, nonché da quella meno aggressiva di poche settimane fa, la speculazione sul debito pubblico di un Paese non ha relazione con i conti macroeconomici, o, se ce l'ha, essa è inversamente proporzionale al peso economico e politico di una nazione. Nessuno sano di mente può pensare che l'Italia, anche posta sotto la massima pressione politica e finanziaria, possa essere condottta al fallimento. Una nazione come l'Italia non è il suo debito pubblico: una nazione è un collage di elementi. Culturali, paesaggistici, artistici, militari, monetari, industriali, storici e molto altro. Il ragionamento, a maggior ragione, vale ancor più per la Germania. Ma, come ormai noto, l'arma dello spread rappresenta un ottimo elemento destabilizzante per la classe politica. Perché, ben più di qualsiasi altra retorica, tocca le corde profonde del senso di colpa legato al principio morale del debito. In poche parole: la classe politica che subisce un attacco dello spread sa perfettamente che il suo Paese non fallirà, ma è altrettanto certa che perderà il consenso popolare in virtù del panico che viene profuso a piene mani dai mezzi di comunicazione.

Lo spread sul Bund?
Se analizzato in questo senso, il fenomeno dello spread potrebbe interessare anche la Germania colpita dalla crisi politica. L'ideologia della Merkel, vero architrave dell'Unione Europea, è fondata su un regolare flusso di migranti verso l'Europa per oggettivi motivi economici. L'inflazione entro il due per cento si ottiene esclusivamente calmierando il mercato del lavoro. Per ovvie ragioni – non riconducibili al cosiddetto l'esercito di riserva marxista – l'afflusso di immigrati tende a rendere competitivo il costo del lavoro. E' un processo storico antico come il mondo, in parte voluto, in parte generato da meccanismi insuperabili. In questo senso una politica dei «porti chiusi» in Germania potrebbe bloccare l'afflusso di manodopera per le grandi fabbriche tedesche, peraltro già colpite dai prossimi dazi del presidente Trump.

Più austerità?
Ma, d'altro canto, è bene prendere coscienza che un aumento del potere politico della Csu provocherà un irrigidimento del mito dell'austerità sul piano degli accordi europei. I tedeschi, in generale e non solo i baveresi della Csu, sono sempre più convinti che la Germania stia mantenendo milioni di sfaccendato privi di voglia di lavorare che si aggirano per l'Europa. In particolare in Italia, Grecia, Spagna e Portogallo. Durante la scorsa campagna elettorale l'esponente dei conservatori bavaresi della Csu, Peter Gauweiler, sostenuto giuridicamente da un docente universitario, il professore Markus Kerber, avanzò una proposta il cui obiettivo è di proibire alla Bundesbank di partecipare al "quantitative easing». Risultato poi ottenuto, in virtù del nuovo quadro politico tedesco, che prevede una stretta rigorista sulle politiche monetarie. Chiaramente un quadro simile rafforza la solvibilità del debito pubblico tedesco, mettendo sotto pressione gli altri. Cosa sarà quindi del debito pubblico tedesco nel caso la crisi di governo dovesse acuirsi e giungere all'epilogo che in molto ormai attendono, ovvero le dimissioni – e quindi la conclusione di una carriera infinita - di Angela Merkel? La stretta conservatrice sui migranti in primis, e sulle politiche monetarie poi, quali effetti avrà sulla politica della Germania e quindi su quella europea?