Esteri | Emergenza sbarchi

Il Trattato di Dublino ieri, oggi e domani: ecco perché resterà così com'è (soprattutto grazie all'Italia)

Nulla di fatto probabilmente in vista nella discussione al Consiglio dei ministri dell’Interno dell’Ue sulla riforma del sistema dell’asilo di Dublino

Uno sbarco di migranti sulle coste di Sant'Antioco
Uno sbarco di migranti sulle coste di Sant'Antioco (ANSA/UFFICIO STAMPA GUARDIA DI FINANZA)

BRUXELLES - Nulla di fatto probabilmente in vista nella discussione di oggi al Consiglio dei ministri dell’Interno dell’Ue sulla riforma del sistema dell’asilo di Dublino. La proposta di compromesso posta sul tavolo dalla presidenza di turno bulgara del Consiglio Ue non dispone dell’appoggio della maggioranza qualificata degli Stati membri, visto che vi si oppongono da una parte l’Italia e gli altri Paesi in prima linea lungo le rotte dei flussi migratori nel Mediterraneo, e dall’altra, per ragioni opposte, l’Austria e i quattro Paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia). Nonostante il Trattato Ue consenta di prendere le decisioni in questo settore a maggioranza qualificata, in questa fase del negoziato sia la Commissione che la presidenza bulgara vorrebbero un accordo unanime per evitare di creare ulteriori fratture fra gli Stati membri. Prevedibilmente, dunque, i ministri oggi non potranno che prendere atto del loro disaccordo, e il dossier passerà nelle mani dei capi di Stato e di governo al Consiglio europeo di fine giugno, a Bruxelles.

Cosa prevede 
Il regolamento di Dublino è la legge che definisce quale Paese debba prendersi in carico la protezione di un richiedente asilo. Le riforme del vecchio regolamento si sono rese necessarie con l’aumento massiccio dei flussi migratori degli ultimi anni, e oggi soprattutto si critica il punto che impone di inoltrare la richiesta di asilo nel Paese di prima accoglienza: un principio che scarica il peso dei flussi sui Paesi maggiormente esposti alle rotte del Mediterraneo, cioè Italia e Grecia. Il difetto di origine del regolamento di Dublino di fatto è che addossa allo Stato di prima accoglienza tutti gli oneri che riguardano i migranti. La proposta iniziale della riforma del 2016 va in effetti in una direzione di maggiore equità, fissando un meccanismo automatico di ripartizione a favore dei Paesi più esposti come il nostro. La quota di richiedenti asilo accettabili da un singolo Paese dovrebbe essere proporzionata a un doppio criterio: Pil e popolazione, con incidenza del 50% ciascuno. Se un Paese supera del 150% la sua «capienza», ogni nuova richiesta deve essere reindirizzata in automatico ad altri Paesi. Se questi ultimi rifiutano, scatta una penale di 250mila euro per ogni richiedente asilo che viene respinto.

Perché la proposta della Bulgaria non funziona
La proposta della Bulgaria invece innescherebbe un meccanismo di ridistribuzione che scatterebbe su base volontaria solo quando un certo Paese si «sovraccarica» del 160% rispetto all’anno precedente, diventando obbligatorio solo quando si arriva al 180%. La proposta bulgara inoltre diminuisce la penale per il rifiuto di un richiedente da 250mila a 30mila euro, oltre a introdurre il principio di «responsabilità stabile»: quando un migrante entra in un Paese, lo Stato in questione deve garantirne la presa in carico per 10 anni. I cinque Paesi che si ritengono più penalizzati (Cipro, Grecia, Italia, Malta, Spagna) hanno pubblicato a fine aprile un paper con 13 proposte per riequilibrare la proposta bulgara, chiedendo di accorciare il periodo di responsabilità da 10 a 2 anni ed evidenziando le vulnerabilità di un procedimento rigido con flussi migratori così elevati. Il compromesso proposto dalla presidenza semestrale bulgara è dunque decisamente meno ambizioso della proposta originaria della Commissione europea e lo è molto meno rispetto alla posizione sulla riforma che ha preso a larga maggioranza l’Europarlamento. Il testo della presidenza, in particolare, renderebbe più complesso da attivare, meno «automatico» e meno obbligatorio il meccanismo permanente di attivazione dei «ricollocamenti» dei richiedenti asilo, secondo «quote eque» di redistribuzione in tutti gli Stati membri assegnate in base a due soli criteri oggettivi: la popolazione e il Pil del Paese interessato.

Mediterranei vs centro-orientali
I Paesi mediterranei temono che questa riforma, così debole, cambi molto poco o per nulla la situazione attuale, mentre il blocco dell’Europa centro-orientale insiste sulla sua opposizione di principio alla possibilità che decisioni di politica comune Ue, prese a maggioranza qualificata (come prevede il Trattato), possano imporre a un Paese sovrano decisioni su chi ammettere sul proprio territorio.