Crisi libica

Libia, Tobruk: Navi italiane? Illegale, è atto di guerra

Alla notizia dell'arrivo di navi italiane in Libia, tutte le forze opposte al governo di unità nazionale di Faiez al-Sarraj hanno duramente protestato davanti a quella che hanno letto come un'intollerabile violazione della sovranità della Libia

Milizie libiche
Milizie libiche (ANSA/WEB/FACEBOOK)

TRIPOLI - Se ancora ci fosse bisogno della conferma di quanto incredibilmente complessa sia la situazione libica, questa conferma è giunta poche ore fa, quando, alla notizia dell'arrivo di navi italiane in Libia, tutte le forze opposte al governo di unità nazionale di Faiez al-Sarraj, l'unico riconosciuto dalla comunità internazionale, hanno duramente protestato davanti a quella che hanno letto come un'intollerabile violazione della sovranità della Libia. A dire il vero, qualche «problemino» c'era stato inizialmente anche con il governo di Sarraj, il cui premier ha in prima battuta smentito l'annuncio di Paolo Gentiloni dell'invio di navi italiane in acque libiche, salvo poi specificare che l'intervento dell'Italia si sarebbe limitato a un ampliamento della missione di supporto alla Guardia costiera locale. 

La denuncia di Tobruk
Nulla di quanto accaduto con il goveno di Tobruk, ostile a quello «ufficiale» di Tripoli e di cui Khalifa Haftar è espressione militare. Per Tobruk, infatti, quello italiano è un «intervento militare flagrante», rispetto al quale la necessità di combattere l'immigrazione illegale sarebbe solo un «pretesto». Pertanto, Tobruk invita i libici a «resistere». Una dichiarazione che posizione italiana, anche perché il governo di Tobruk è sostenuto dall'Egitto di Al Sisi e dalla stessa Francia, che notoriamente appoggia Haftar, l'uomo forte della Cirenaica, dove ha grandi interessi economici. Un episodio che si aggiunge alle proteste seguite alla riapertura dell'ambasciata italiana a Tripoli lo scorso gennaio, che era stata definita da Tobruk un atto di aggressione militare. In questo caso, la Camera dei rappresentanti dello Stato di Libia accusa l'Italia di voler interferire nella politica libica «in combutta con il consiglio di presidenza incostituzionale e illegale», come viene definito il governo di al Serraj. Il Belpaese viene anche avvertito che le sua "violazione della sovranità dello Stato libico" porterà a delle "conseguenze".

Il chiarimento di Sarraj
Sarraj ha cercato di allentare le tensioni alla vigilia del via libera parlamentare alla missione navale italiana in Libia, dopo che il generale Khalifa Haftar ha minacciato «una risposta forte all’intervento italiano in acque libiche». Il ministro degli Esteri libico Mohamed Siala ha infatto diffuso ieri una nuova nota in cui afferma che il governo di Tripoli ha chiesto all’Italia «supporto logistico, tecnico e operativo a favore della Guardia costiera libica» per gestire i flussi migratori e combattere il traffico di esseri umani. «Queste misure – ha aggiunto il ministro nella nota riportata oggi dai media libici – richiedono la presenza di alcuni elementi della Marina italiana nel porto di Tripoli, ma solo a questo scopo e solo se necessario». Siala ha quindi rimarcato che «non ci sarà alcun intervento di questo tipo in acque territoriali libiche senza il permesso e senza un precedente coordinamento con le autorità libiche».

Il nuovo comunicato
Il nuovo comunicato stampa è stato diffuso dopo che già venerdì scorso il ministero degli Esteri libico aveva precisato la natura della missione italiana, a fronte della smentita del premier Fayez al Sarraj di una richiesta a Roma di inviare navi italiani in acque libiche. Nel precedente comunicato, Siala ha detto che la richiesta all’Italia è stata di «appoggio logistico e tecnico alla Guardia costiera» e che potrebbe richiedere «la presenza di navi italiane nel porto di Tripoli unicamente a questo scopo e solo quando necessario». Da parte sua, annunciando sempre venerdì scorso il via libera del governo alla missione, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha detto che l’esecutivo ha «approvato né più e né meno che quanto richiesto dal governo libico» e che la missione «non è una iniziativa contro la sovranità libica».

Risposta forte
Ma il portavoce dell’Esercito nazionale libico guidato dal generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, ha annunciato ieri che «la risposta all’intervento italiano in acque libiche sarà forte». Secondo Ahmed Al-Mismari, l’intervento italiano in acque libiche sarebbe imprudente e punterebbe a minare l’iniziativa della Francia, che martedì scorso ha riunito a Parigi il premier Sarraj e il generale Haftar, annunciando al termine del faccia faccia una dichiarazione congiunta dei due leader per un cessate il fuoco nazionale, ad eccezione della lotta al terrorismo, ed elezioni presidenziali e parlamentari per il prossimo anno. Una dichiarazione che secondo alcuni esponenti libici contattati da Jeune Afrique non rappresenta alcuna novità nè un passo avanti, per l’assenza di attori importanti sulla scena libica. Per l’ex governatore di Tripoli, l’islamista Abdel Hakim Belhadj, oggi leader del partito Al-Watan, la dichiarazione di Parigi è «una copia dell’accordo di Skhirat (firmato nel dicembre 2015 sotto egida Onu, ndr)», e il presidente francese Emmanuel Macron sbaglia nell’affermare che «Sarraj e Haftar incarnano la legittimità e la capacità di riunire il Paese attorno a loro». Anche secondo una fonte vicina al figlio Saif dell’ex leader libico Muammar Gheddafi, a Parigi non c’erano «gli attori principali» quali «Saif, Belhadj, i rappresentati dei Tebu e, soprattutto, il Consiglio delle tribù». «Senza di loro – ha sottolineato – non c’è soluzione politica. E senza di loro, Sarraj e Haftar non rappresentano nulla».

Il ruolo del nuovo inviato
In tale contesto si muoverà il nuovo inviato Onu per la Libia, Ghassan Salamé, atteso a Tripoli entro mercoledì prossimo per la sua prima visita nel Paese da quando gli è stato affidato l’incarico, il mese scorso. «Lavorerò con i libici per i libici, perchè trovino un terreno comune che li porti fuori dal pantano politico in cui si trovano», è stato il messaggio che ha voluto inviare al Paese attraverso un’intervista concessa nei giorni scorsi al notiziario Onu. «Non lavorerò al posto loro, perchè ci sono cose che spetta a loro decidere – ha sottolineato – se sono contenti di rimanere in questo circolo politico vizioso, non posso fare nulla per loro. Ma se decidono di uscirne, troveranno in me una mente vivace e creativa al loro servizio».