15 ottobre 2019
Aggiornato 10:30
La forte relazione tra i due alleati verrà ribadita. Focus su pace

Usa, oggi alla Casa Bianca l'atteso faccia a faccia tra Trump e Netanyahu

Attesissimo l'incontro tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Usa Donald Trump, che in campagna elettorale ha fatto capire di voler diventare un ferreo alleato di Israele.

NEW YORK - E' arrivato il giorno in cui Donald Trump ospiterà alla Casa Bianca Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano è il quarto leader straniero ad essere accolto dal 45esimo presidente Usa dopo Theresa May, Shinzo Abe e Justin Trudeau, premier rispettivamente britannico, giapponese e canadese.

L'atteso faccia a faccia
Il faccia a faccia tra i due è carico di speranze per l'estrema destra israeliana, che nel successore di Barack Obama vedono un alleato stretto. Sebbene la relazione forte tra le due nazioni verrà certamente ribadita in tutte le salse insieme alle critiche nei confronti dell'Iran, il Commander in chief potrebbe usare toni più cauti su temi particolarmente delicati per il Medio Oriente. A rischio altrimenti sarebbero le relazioni con gli alleati arabi come la Giordania, importante per la lotta all'Isis.

Promesse moderate
E' vero che Trump ha paventato l'idea di trasferire l'ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, cosa che solleverebbe le ire del mondo arabo; è vero che ha nominato un amico dei coloni, David Friedman, come ambasciatore nella nazione mediorientale; ed è vero che lo scorso dicembre ha pesantemente criticato la storica astensione degli Usa (allora ancora guidati da Obama) grazie alla quale all'Onu è passata una risoluzione che condanna gli insediamenti israeliani nei territori occupati di quello che dovrebbe essere un futuro Stato palestinese. Una volta giunto alla Casa Bianca però, Trump ha moderato i toni.

Il nodo insediamenti
Il due febbraio scorso era circolata una nota con cui sostanzialmente il presidente Usa chiedeva a Israele di sospendere la costruzione di qualsiasi colonia. «Anche se non crediamo che l'esistenza degli insediamenti sia un impedimento alla pace», frase che ricalcava quanto sostenuto da precedenti amministrazioni, «la costruzione di nuove colonie o l'espansione di quelle esistenti oltre gli attuali confini potrebbe non essere utile nel raggiungere» la pace che Trump spera di ottenere tra Israele e Palestina. L'amministrazione Usa non aveva voluto sbilanciarsi dicendo di «non avere preso alcuna posizione sulle attività legate agli insediamenti» ma si diceva «impaziente» di parlarne con Netanyahu alla Casa Bianca. Il messaggio era arrivato all'indomani di una promessa allarmante fatta dallo stesso premier: la costruzione del primo insediamento in vari anni in Cisgiordania.

Prudenza
Otto giorni dopo Trump aveva usato nuovamente toni cauti in una intervista a Israel Hayom, quotidiano israeliano pro-Netanyahu. Colui che in campagna elettorale aveva promesso di essere il presidente americano più vicino a Israele, aveva detto che il trasferimento dell'ambasciata Usa «non è una decisione facile». Trump aveva anche fatto capire di volere un accordo di pace.

La soluzione dei due Stati
Insomma, una soluzione dei due Stati - quella che nel suo ultimo discorso da segretario di Stato sul tema, John Kerry aveva detto essere «a rischio» - sembra essere la preferita anche dal nuovo Presidente, che però ha già fatto sapere di non volerla sostenere ad oltranza.  La Casa Bianca ha segnalato che gli Stati Uniti non sosterranno la soluzione dei due stati tra Israele e Palestina a oltranza ma appoggeranno l'ipotesi su cui le due parti troveranno un accordo. Lo ha riferito un funzionario dell'amministrazione Trump a poche ore dall'incontro tra il presidente degli Stati Uniti e il premier israeliano Benjamin Netanyahu a Washington. «La soluzione dei due stati che non porta la pace non è un obiettivo che nessuno vuole raggiungere. La pace è l'obiettivo, che arrivi con la soluzione dei due stati se è quello che le parti desiderano o in altro modo se è quello che le parti vogliono».

Nodo Iran
Mentre punterà a creare un rapporto solido con Trump, Netanyahu cercherà forse di allentare le tensioni con i democratici al Congresso che ancora non gli hanno perdonato uno sgarbo diplomatico non indiferrente: nel marzo del 2015 il premier israeliano organizzò un discorso al Congresso a maggioranza repubblicana senza avvertire né la Casa Bianca né il dipartimento di Stato. L'obiettivo? Perorare la sua causa contro un accordo sul nucleare che l'Iran stava negoziando con le principali potenze mondiali tra cui gli Usa. Quell'accordo storico fu poi raggiunto nell'estate successiva ed entrò in vigore nel gennaio 2016. Per quanto Trump lo abbia sempre definito un accordo «cattivo», la sua amministrazione ne ha garantito il rispetto; lo ha fatto incontrando la settimana scorsa Federica Mogherini, alto rappresentante per le politiche estere dell'Europa in visita nella capitale americana.

Nuove sanzioni
Ciò non gli ha comunque impedito di imporre nuove sanzioni a 25 tra persone e aziende iraniane accusate di offrire sostegno al terrorismo e al programma missilistico della nazione su cui Theran era stato messo «ufficialmente in guardia» il sei febbraio scorso dal consigliere per la sicurezza nazionale Mike Flynn, dimessosi sette giorni dopo per le sue dubbie relazioni con la Russia. Insomma, l'amministrazione Usa è cambiata ma i vecchi problemi in Medio Oriente restano.