27 giugno 2019
Aggiornato 06:30
Parla Craig Murray, ex ambasciatore e collaboratore di Assange

Usa-Russia, la testimonianza shock: «Ma quali hacker russi, solo gole profonde di Washington»

Nel silenzio di quasi tutti i media mainstream, una testimonianza fa crollare le certezze nella controversa vicenda degli hacker russi: quella di un ex ambasciatore, collaboratore di Assange

WASHINGTON - Mentre si avvicina il momento in cui Barack Obama dovrà lasciare la Casa Bianca, a Washington la tensione è palpabile. Senato e Congresso hanno di recente annunciato di essere pronti a indagare riguardo al (presunto) ruolo giocato dalla Russia - e dal suo presidente Vladimir Putin - nel favorire la vittoria di Donald Trump alle elezioni americane, dopo le rivelazioni della Cia; la «svolta filorussa» del tycoon - ben rappresentata dalla scelta di Rex Tillerson a segretario di Stato - impensierisce molti, e il presidente Obama, pur ormai uscente, non perde occasione per attaccare Mosca, promettendo addirittura una reazione adeguata a quanto accaduto. 

La testimonianza di Craig Murray
Eppure, in queste ore si sta facendo strada una «versione alternativa» dei fatti, che scagionerebbe Mosca dall'accusa di aver organizzato e condotto quegli attacchi hacker contro il Partito democratico Usa, e di aver fornito a Wikileaks materiale per le sue rivelazioni. Secondo il Daily Mail, Craig Murray, ex ambasciatore britannico, non usa mezzi termini per definire le accuse della Cia: «bullshit», «sciocchezze», per usare un eufemismo. 

Un tempo ambasciatore scomodo, oggi collaboratore di Assange
Murray fu nominato ambasciatore in Uzbekistan nel 2002, destituito nel 2004 a seguito di accuse, poi risultate infondate, di condotta non consona. Secondo alcuni, però, Murray sarebbe caduto in disgrazia al Foreign Office a causa delle sue denunce di violazioni di diritti umani del regime uzbeko, in quegli anni supportato da Londra e Washington. Oggi, l'ex diplomatico collabora nientemeno con Julian Assange, il fondatore di Wikileaks. E ha chiaramente voce in capitolo sulla questione. 

La versione di Murray
Parlando al quotidiano britannico, Murray ha dichiarato che le fonti dei documenti pubblicati da Wikileaks non sono hacker russi, ma insider di Washington, che avevano accesso alle informazioni segrete. L'ex ambasciatore ha raccontato di essere stato lui ad aver ricevuto quelle informazioni digitali da parte di gole profonde americane, interne all’entourage democratica. Il mandante di tutta l'operazione, perciò, non sarebbero i russi, ma compagni di partito di Hillary Clinton, disgustati dalla corruzione della candidata e della sua Fondazione.

Anche Assange aveva scagionato Mosca
Un quadro che confermerebbe quanto già affermato chiaramente da Julian Assange, secondo cui la fonte di Wikileaks non sarebbe il governo russo. Una versione che contraddice palesemente la ricostruzione offerta dalla Cia. Ricostruzione nella quale, però, mancherebbe ancora la «prova provata» della responsabilità del Cremlino, che anzi ha ripetutamente negato tutte le accuse.

La (scarsa) credibilità del rapporto di accusa
Non solo. Perché per i media come il New York Times le prove dell'hackeraggio russo sarebbero contenute già nel report  della società di sicurezza informatica Crowd Strike, contattata dalla DNC, il Comitato Nazionale democratico, dopo la denuncia dei primi attacchi, secondo Murray quel rapporto conterrebbe invece elementi decisamente poco credibili. Tra i tanti, il fatto che Guccifer 2.0, uno dei presunti hacker russi, abbia risposto alle domande di un giornalista di Motherboard (il sito sulla tecnologia di Vice) fingendosi rumeno ma venendo subito facilmente smascherato perché beccato a tradurre con Google Translate; o il fatto che che uno dei membri del team di presunti hacker russi si facesse chiamare «Felix Edmundovich», lo stesso nome del fondatore della Ceka, la polizia segreta sovietica (una leggerezza eccessiva, per chi non volesse lasciare tracce); o, addirittura che i pirati informatici avrebbero lasciato tracce apparentemente inoppugnabili delle loro origini russe come documenti in word in cirillico.

Tracce troppo evidenti e sospette
Secondo Murray, se davvero i russi avessero voluto condurre una simile operazione circondati da un'ovvia segretezza, non avrebbero mai seminato con tanta ingenuità tracce così evidenti. «Non capisco perché la Cia dovrebbe dire che le informazioni vengono da hacker russi, quando sa bene che non è così», ha detto l'ex ambasciatore al quotidiano. «Indipendentemente dal fatto che la Russia abbia o meno hackerato i server della DNC, i documenti non vengono da quella fonte», ha ribadito. Eppure, a Capitol Hill sembrano ormai dare per scontata la colpevolezza russa. E allo stesso modo, naturalmente, si comporta la stragrande maggioranza dei media occidentali. Non è un caso che la testimonianza di Murray, e, prima ancora, le dichiarazioni di Julian Assange, non siano state riprese praticamente da nessuno.