19 gennaio 2020
Aggiornato 23:30
E' frutto di attività di lobby gestite da ex senatore Bob Dole

Usa, la telefonata tra Trump e il presidente Taiwan non è stata una gaffe diplomatica

Altro che gaffe. La telefonata intercorsa tra Donald Trump e il presidente del Taiwan è la punta dell'iceberg di un progetto in lavorazione da mesi. Ad opera di un grande lobbista americano

Il presidente eletto Donald Trump.
Il presidente eletto Donald Trump. Shutterstock

NEW YORK - Altro che una telefonata giunta quasi per caso e accettata con il semplice scopo di ricevere congratulazioni. Quella fatta dal presidente di Taiwan venerdì 2 dicembre al presidente eletto Donald Trump non è stata una pura gaffe diplomatica, ma il frutto di un piano orchestrato a Taipei con l'aiuto di un lobbista americano di peso. L'obiettivo di Taiwan è sfruttare l'elezione di un nuovo presidente per migliorare le relazioni con gli Usa, cosa che ha già creato tensioni con la Cina: Pechino considera l'isola parte del suo territorio ma la nuova leader Tsai Ying-wen crede che Taiwan sia «un Paese sovrano e indipendente».

Il ruolo del lobbista Dole
E' l'ex senatore Bob Dole ad avere lavorato dietro le quinte negli ultimi sei mesi per creare un contatto di alto livello tra funzionari taiwanesi e lo staff di Trump. Un lobbista del gruppo Alston & Bird, con sede a Washington, Dole ha coordinato una serie di incontri tra i consulenti del presidente eletto e funzionari di Taiwan. Non solo: è riuscito a fare in modo che nella piattaforma programmatica del partito repubblicano fosse inserito un linguaggio favorevole all'isola. E' quanto emerge da documenti analizzati dal New York Times e depositati al dipartimento di Giustizia, che richiede a chiunque lavori come un agente rappresentante un governo estero di dettagliare i propri sforzi nell'influenzare l'amministrazione Usa. 

L'insolita telefonata
Gli sforzi di Dole, per cui Alston & Bird ha incassato 140.000 dollari tra maggio e ottobre, sono culminati nella insolita telefonata tra Trump e Tsai. Una telefonata che ha rotto ogni protocollo in uso negli Usa da quando nel 1979 l'allora Commander in chief Jimmy Carter ordinò la chiusura dell'ambasciata Usa a Taiwan (avendo adottato con Richard Nixon nel 1972 la politica della «One China», l'ambasciata di riferimento doveva essere solo quella a Pechino). Nessun presidente eletto o in carica aveva mai parlato con il leader di Taiwan da allora, anche se la relazione non ufficiale sull'asse Washington-Taipei è robusta. E nessuno aveva osato chiamare il leader in carica «presidente», come fatto invece da Trump, visto che i media cinesi usano l'espressione «leader della regione di Taiwan».

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A Taiwan sono ottimisti
In una intervista al New York Times, Dole ha spiegato che a Taiwan «sono ottimisti. Vedono un nuovo presidente, un repubblicano, e piacerebbe loro sviluppare una relazione più stretta». L'ex senatore del Kansas ha aggiunto che "è giusto dire che abbiamo avuto una qualche influenza" nel mettere a punto la telefonata tra Trump e Tsai: "Quando rappresenti un cliente e [quel cliente] fa richieste, devi rispondere".

Chi è Dole
Dole - che dice di avere iniziato a interessarsi a Taiwan da senatore quando il Congresso stava mettendo a punto nel 1979 il Taiwan Relations Act - la legge che di fatto fornisce le basi legali per permettere agli Usa di mantenere rapporti con Taiwan (a cui per esempio vende armi). Un lobbista per conto di Taipei da quasi due decenni, il 93enne rappresenta il Taipei Economic and Cultural Representative Office in Usa, l'ambasciata non ufficiale di Taiwan: per quel ruolo, guadagna 25.000 dollari al mese.