23 giugno 2017
Aggiornato 06:30
A Pechino ci si chiede: siamo pronti a guidare il mondo?

Con Trump, la Cina si candida a nuovo campione del libero scambio e guida del mondo

L'elezione di Donald Trump a presidente Usa ha sparigliato le carte nello scacchiere geopolitiche internazionali. E c'è chi già pensa di poterne trarre vantaggio

Bandiere cinesi.
Bandiere cinesi. (NataliaMilko / Shutterstock.com)

PECHINO - A Lima Xi Jinping ha respirato aria buona. Non tanto quella della città, che è inquinata come quella di tante metropoli del mondo, ma quella della leadership, perché il Paese che lui presiede, la Repubblica popolare cinese, è apparso protagonista nel weekend del summit della Cooperazione economica Asia-Pacifico (Apec) che s'è tenuto nella capitale peruviana, come potenza crescente dell'economia globale e globalizzata.

Il passaggio di testimone dagli Usa alla Cina
Non è un caso che il Global Times, uno dei portali di notizie legati al Partito comunista cinese (Pcc), si chieda quanto Pechino sia pronta a prendere il testimone dagli Stati uniti nella «guida del mondo». E' un interrogativo legittimo, alla luce della vittoria a sorpresa di Donald Trump nelle presidenziali Usa, dopo una campagna in cui il tycoon ha promesso un disimpegno rispetto a grandi tematiche internazionali che hanno caratterizzato anche gli ultimi due mandati di Barack Obama, per concentrarsi sulla ripresa dell'economia americana. In un rovesciamento che un tempo sarebbe apparso singolare e oggi lo è molto meno, gli Usa di Trump potrebbero diventare protezionisti, mentre la Cina comunista essere campione del libero mercato.

Leadership
«L'Occidente ama usare la nozione di 'leadership' per definire la funzione della grande potenza. Effettivamente, differenti Paesi hanno differenti poteri e obblighi in base alla forza della nazione. Il mondo dopo la Guerra fredda è stato dominato dalla leadership Usa. Washington ha designato e mantenuto una serie di sistemi, a partire da quello del commercio mondiale, quello finanziario, quello di Internet, le modalità della sicurezza e via dicendo», spiega il Global Times. Un impegno che ha implicato grandi investimenti, i quali fanno pensare che non ci sarà un abbandono del ruolo globale assunto dall'America «in un futuro prevedibile». Tuttavia Trump sembra «voler ridisegnare la leadership Usa», ritirandola da alcuni campi. «Quindi la Cina - sostiene l'editoriale - avrà qualche margine per esercitare la propria influenza. Ma è pronta?»

Cina alla ribalta nella governance globale
La risposta che il Global Times dà è articolata. «E' oltre ogni immaginazione che la Cina possa rimpiazzare gli Usa nella guida del mondo», spiega. «Ma, dal momento che la Cina si sta rapidamente sviluppando, sta modificando la struttura del potere globale, la sua partecipazione alla governance globale sarà un processo naturale e graduale, che Pechino non può affrettare o sfuggire». E, ovviamente, i due esempi concreti che vengono fatti, sono la prospettiva del ritiro Usa dall'accordo sul clima di Parigi, annunciato da Trump, e ancor di più il tema del commercio globale. Il presidente eletto americano ha ventilato la possibilità che Washington imponga dazi al 45 per cento per i prodotti della Cina, accusata di distruggere posti di lavoro negli Usa e di tenere artificialmente bassa la valuta per favorire le sue esportazioni, ma nello stesso tempo ha fatto capire che non ne vuole sapere del Partenariato Trans-Pacifico (Tpp), il maxi-accordo di libero scambio promosso da Obama - al suo ultimo summit a Lima - che puntava a isolare Pechino nel suo stesso contesto regionale. 

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Opportunità
Questo da un lato preoccupa la Cina, dall'altro offre a Xi Jinping una grande opportunità, che il presidente cinese ha cercato di sfruttare nel summit Apec, un'organizzazione che rappresenta il 60 per cento del commercio mondiale e il 40 per cento della popolazione. Il leader cinese ha attaccato l'idea protezionistica e ha spiegato che Pechino non chiuderà la porta al mondo esterno "ma la aprirà ulteriormente». E soprattutto, dando sostanzialmente ormai per morto il Tpp, ha lanciato la candidatura cinese a diventare capofila delle negoziazioni per creare la più grande area di libero scambio del mondo. «La costruzione di una Zona di libero scambio dell'Asia-Pacifico (Ftaap) è un'iniziativa strategica vitale per la prosperità a lungo termine della regione», ha detto il leader cinese al vertice. «Dovremmo perseguire con risolutezza la Ftaap - ha proseguito - l'apertura è vitale per la prosperità dell'Asia-Pacifico».

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I due progetti
La Cina sta promuovendo due progetti: la Ftaap, che comprende i 21 Stati membri Apec, e il Partenariato economico globale regionale (Rcep), un accordo di libero scambio tra l'Asean (Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico), Australia, Cina e India, ma senza gli Stati Uniti. Per Pechino il Rcep è un primo passo importante verso la Ftaap, la cui conclusione potrebbe richiedere anni, se mai vedrà la luce.

Dopo Trump
Su quest'idea, soprattutto dopo l'elezione di Trump, potrebbe trovare un certo ascolto anche da parte del rivale Giappone. Nel warm-up del summit di Lima, i ministri nipponici impegnati nelle riunioni preliminari, pur ribadendo l'enfasi sul Tpp, sono stati positivi sull'idea di andare avanti con la Rcep. Il ministro dell'Economia di Tokyo Hiroshige Seko ha sottolineato come questa proposta non sia in alternativa al Tpp stesso. Ma se il Tpp non ci sarà più, in campo resteranno solo le proposte cinesi. Un elemento, questo, sul quale la prossima amministrazione americana dovrà riflettere. Pechino, come ha detto Xi, non chiude la porta. «La cooperazione sino-americana è la sola scelta per la governance globale futura», spiega l'editoriale del Global Times. «Per molto tempo, la leadership degli Stati uniti non sarà sostituibile, mentre l'ulteriore ascesa della Cina è inevitabile».