12 marzo 2026
Aggiornato 11:39
Prevista vittoria Aung San Suu Kyi, ma non sarà presidente

Birmania al voto: sfida cruciale, ma i militari ancora esercitano il potere

Il voto dell'8 novembre, nel quale tutti gli analisti prevedono una vittoria della Lega nazionale per la democrazia del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, è atteso come un momento di trasformazione radicale per un Paese che ha conosciuto decenni di dittatura militare

ROMA - Il voto dell'8 novembre, nel quale tutti gli analisti prevedono una vittoria della Lega nazionale per la democrazia del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, è atteso come un momento di trasformazione radicale per un Paese che ha conosciuto decenni di dittatura militare. Invece i principali osservatori concordano sul fatto che i risultati non cancelleranno il potere che l'esercito ancora continua a esercitare sul paese.

Elezioni libere?
«Sarebbe un po' naif pensare che le elezioni saranno libere e giuste. Myanmar è ancora un Paese nel bel mezzo di una difficile transizione e questo sarò il primo voto relativamente libero in decenni», ha spiegato l'analista Hans Vriens sulle colonne dello Straits Times di Singapore. E ha rincarato la dose, nell'ultimo numero, l'Economist: «Il dominio militare non è ancora finito. Le elezioni hanno luogo in base ai termini imposti dall'esercito. Probabilmente non manipoleranno le urne o non falsificheranno le schede, ma solo perché non ne hanno bisogno».

L'influenza dei militari
Questo perché, grazie a una Costituzione approvata da un parlamento farlocco votato nelle elezioni truccate del 2008, un quarto del parlamento è direttamente formato da militari scelti dagli stati maggiori. Questa quota impedisce una riforma che possa modificare la costituzione stessa. E, sempre la stessa legge fondamentale, contiene una norma ad personam, diretta praticamente contro Aung San Suu Kyi, che impedisce a chiunque abbia un coniuge o figli stranieri. E' il caso della premio Nobel, il cui defunto marito era britannico, come i figli.

Passi avanti
Di certo, sono stati fatti passi avanti. Dopo l'arrivo nel 2011 di Thein Sein al potere, si è avviato un processo di riforme che ha portato alla liberazione di molti, non tutti, i prigionieri politici, tra i quali la stessa Aung San Suu Kyi. Inoltre è partita una moderata liberalizzazione che ha portato un certo miglioramento economico nel Paese. Questo non basta però a far diminuire il grip delle élite legate alla vecchia giunta militare sulle ricchezze del Paese. Decenni di dominio dei militari, iniziato nel 1962 con la salita al potere del generale Bo Ne Win che nazionalizzò l'economia, creando un regime di stampo marxista e autarchico.

Giada
Un caso tipico è quello della giada, la pietra preziosa tanto cara alla cultura cinese. Secondo l'organizzazione non governativa Global Witness, si tratta di un settore che produce entrate per 31 miliardi di dollari, ben oltre quanto ufficialmente dichiarato dalle autorità. Si tratta di una ricchezza enorme che finisce nelle mani di figure legate al vecchio regime, compresi membri della famiglia dell'uomo forte di Myanmar, l'ex capo della giunta militare Than Shwe. «Stiamo parlando di persone che avrebbero molto da perdere se s'instaurasse una genuina democrazia che porrebbe domande su tali quantità di denaro», ha spiegato Juman Kubba di Global Witness.

Linee di frattura
L'altra linea di frattura che certamente le elezioni dell'8 novembre non potranno sanare è il conflitto etnico e religioso. La Birmania è un paese profondamente diviso, con popolazioni musulmane che rappresenta il 35 per cento della popolazione. Sono molti i gruppi minoritari: Rohingya, Kachin, Karen, Shan. Il 15 ottobre è stata firmata a Naypyitaw - la capitale fondata dalla giunta militare - un'attesa tregua, che in realtà non è stata firmata da tutti i gruppi e che non ha garantito il voto in tutte le aree di confine dove ancora si combatte. La vecchia giunta militare ha operato un tentativo di birmanizzare il Paese e le principali attività economiche, escludendo le minoranze musulmane rispetto alla maggioranza buddista. Su questo si confrontano due diverse linee, profondamente diverse. Suu Kyi è legata a una tradizione inaugurata dal padre, il generale Aung San fondatore della Birmania indipendente, più inclusiva rispetto alle minoranze, a cui andrebbe assegnata un'autonomia, anche se lei stessa è stata accusata di essersi piegata nazionalisti. E quella delle élite legate ai militari, assieme ai movimenti nazionalisti buddisti che ha prodotto norme come quella sulla «protezione religiosa», la quale pone pesanti limiti alle conversioni e ai matrimoni tra buddisti e musulmani.

(Con fonte Askanews)