Crimea, gli italiani dimenticati privi di cittadinanza
Nella penisola di Crimea, oggi visitata dall’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi in compagnia del presidente russo Vladimir Putin, c’è un’isola d’italianità che chiede di essere riconosciuta
KERCH - Nella penisola di Crimea, oggi visitata dall’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi in compagnia del presidente russo Vladimir Putin, c’è un’isola d’italianità che chiede di essere riconosciuta. È a Kerch, la città che dà il nome allo stretto sul quale Mosca sta costruendo un grande ponte che dovrebbe dare una continuità territoriale tra questa regione sul mar Nero annessa lo scorso anno e la Russia, che vivono alcune centinaia di italiani, per lo più di origine pugliese. Appartengono a un’antica comunità, che ha conosciuto i dolori della deportazione staliniana e oggi chiede a Roma il diritto di riacquistare la cittadinanza rubata.
«Già prima dell’Unità d’Italia, qui vivevano tanti italiani: navigatori, artigiani, commercianti che portavano il grano dalla Crimea all’Italia. C’erano insegnanti, musicisti, marinai», ha raccontato ad askanews Giulia Giacchetti Boico, la presidente di Cerkio, associazione degli italiani di Crimea. «Nel 1831 – ha proseguito – cominciarono a costruire una chiesa cattolica, proprio con i loro soldi e quelli dei marinai italiani che venivano nel porto di Kerch. Tra questi c’era addirittura Giuseppe Garibaldi, il cui zio faceva il console a Kerch. La chiesa fu finita nel 1840, ed è una delle più antiche chiese cattoliche del sud della Russia». Poi, in una seconda ondata, arrivarono i pugliesi – da Trani, Molfetta soprattutto – e trovarono lì una comunità già affermata.
Italiani intraprendenti
Gli italiani di Crimea erano intraprendenti. Acquistarono proprietà, commerciarono, prosperarono. Ma, poi, con l’avvento al potere dei bolscevichi, con le collettivizzazioni, persero e furono messi a lavorare in una comune agricola, un kolkhoz. Dagli anni ’30 cominciarono le persecuzioni. Le purghe staliniane furono dure con gli italiani. «Tanti nostri connazionali furono accusati ingiustamente di essere spie e tanti furono arrestati, fucilati, imprigionati, molti morirono in carcere», ha spiegato Giacchetti Boico.
Il periodo più duro
Fu però nel dicembre 1942 che per gli italiani di Crimea, a quel momento circa 5mila, iniziò il periodo più duro. Tutti - uomini, donne, vecchi, bambini - furono deportati nel Kazakistan settentrionale. «Sono stati presi da Kerch e messi in una baracca nel porto. Ora è proprietà privata, non possiamo andarci né per mettere un fiore né per fare una lapide, un piccolo monumento. La prima nave naufragò: conosco solo una persona presa viva dalle onde gelide dello stretto di Kerch, Saverio Aragno morto da qualche mese. Di tutti gli altri, non è rimesto nessuno. E noi cerchiamo di ricostruire l'elenco di tutte le vittime».
Freddo, fame, malattia
In quaranta giorni di marce, racconta Igor Ferri, a temperature anche di 40 gradi sotto lo zero, in tanti morirono «di freddo, di fame e di malattia». Poi, arrivati in Kazakistan furono maltrattati, la loro identità fu schiacciata. «Era vicino ad Astana, oggi capitale di quel paese. Allora era una città diversa, steppa aperta. Di tanti ancora oggi non si conosce luogo di sepoltura. Diversi gruppi familiari rimasero disseminati in tutta la Russia, in Uzbekistan, in Kazakistan». Alcuni tentarono di tornare a Kerch, ma si fermarono prima. Per esempio a Kuban, sull'altra sponda dello stretto. «Potevano persino vedere Kerch, ma non ci potevano venire perché era vietato», racconta ancora Giacchetti Boico.
Stigma anti-italiano
Anche quando poterono ritornare a Kerch, restò uno stigma attaccato addosso, tanto che i genitori non vollero insegnare ai figli l'italiano. E ci sono anziani, ancora oggi, che negano di sapere parlare italiano, o meglio ancora il dialetto pugliese, anche se talvolta qualche parola gli esce fuori. Non così per i giovani, che attraverso i corsi d'italiano di Cerkio, attraverso i rapporti stretti delle famiglie italiane di Kerch stanno recuperando la lingua e cercano di promuovere l'italianità attraverso progetti, come la costituzione di un centro Dante Alighieri nella città della Crimea.
Ancora grande difficoltà
Resta tuttavia una grande difficoltà. Giacchetti Boico spiega che la comunità italiana ha un buon rapporto con l'Ambasciata italiana a Kiev e sta costituendo una relazione con la rappresentanza diplomatica a Mosca. Da parte delle autorità consolari c'è - dice ancora - uno sforzo per aiutare gli italiani di Crimea. Ci sono state anche manifestazioni di sostegno, compresa una lettera di Federica Mogherini quando era ministro degli Esteri. Tuttavia, a livello ufficiale, per quanto riguarda quello che sta a loro più a cuore, ancora non c'è nulla. «A noi manca il riconoscimento ufficiale dell'Italia. La nostra gente ha perso la cittadinanza italiana contro la propria volontà, le è stata rubata. Con la legge ordinaria è possibile riacquistare la nazionalità se sono passati non più di 50 anni, non più di due generazioni. Nella nostra situazione di solito non possiamo richiederla. Chiediamo uno status speciale», spiega la presidente di Cerkio.
Riconoscimento
Per ottenere questo status sarebbe necessario un riconoscimento del fatto che la comunità italiana è stata perseguitata e deportata a causa della sua nazionalità. E Cerkio ha chiesto prima a Kiev e ora alla Russia, anche con una lettera al presidente Vladimir Putin, tale riconoscimento. Ma comunque, gli italiani di Crimea s'attendono un passo dall'Italia: «Siamo molto lieti che, a quanto ho capito, l'Italia cerchi di aiutare quelle persone che fuggono dalle guerre. Bisogna difenderle, aiutandole anche a casa loro, perché non facciano la traversata del mare, rischiando la loro vita, quella dei loro bambini. L'unica domanda che faccio, che non è per un rimprovero, ma solo per meraviglia, è: perché l'Italia che è così generosa con la gente venuta dalla Siria, dalla Libia, dall'Africa, non può aprire la porta ai propri connazionali di origine italiana?»
Differenze generazionali
In particolare, a soffrire per questa mancanza, sono i più anziani. «I nostri anziani si lamentano sempre perché temono di non riuscire a vedere la loro terra d'origine. Per i giovani è più semplice, a volte hanno l'occasione di andarvi con borse di studio, per convegni. Ma per gli anziani, anche se a volte ricevono inviti, andare all'ambasciata, chiedere il visto ogni volta per partire, è molto difficile anche dal punto di vista economico. Purtroppo la nostra gente vive a stento, la maggior parte non può permettersi di comprare un biglietto per andare in Italia», sostiene Giacchetti Boico. I giovani dal canto loro stanno ricostruendo il tessuto della loro identità. Cerkio tiene corsi d'italiano nella sua piccola sede in cui hanno costituito una biblioteca, alcuni hanno avuto l'opportunità di studiare in Italia. E' il caso di Natalia di Lerno: «Mia mamma non sa parlare italiano, io ho imparato 10-15 anni fa. Non è tanto, però cerco di non perdere questa abitudine, questa conoscenza cerco di mantenerla. Mi fa piacere parlare italiano, mi fa sentire a casa». (fonte askanews)
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