14 dicembre 2019
Aggiornato 00:00
Kerry ha ringraziato Francesco aprendo l'ambasciata all'Havana

Mediazioni e segreti del ruolo del Papa nella svolta Cuba-USA

La battuta che, quasi certamente apocrifa, Fidel Castro avrebbe pronunciato una quarantina di anni fa, rende il senso della svolta epocale: «Gli Stati Uniti dialogheranno con noi quando avranno un presidente nero e quando ci sarà un Papa latinoamericano»

CITTÀ DEL VATICANO (askanews) - La battuta che, quasi certamente apocrifa, Fidel Castro avrebbe pronunciato una quarantina di anni fa, rende il senso della svolta epocale: «Gli Stati Uniti dialogheranno con noi quando avranno un presidente nero e quando ci sarà un Papa latinoamericano». Erano gli anni Settanta, l'idea di un presidente black alla Casa Bianca, nell'epoca in cui Martin Luther King veniva assassinato, era fantascientifica, quella di un Pontefice latino-americano peggio che mai. Oggi, invece, un segretario di Stato Usa ha inaugurato, a nome di un Capo di Stato di colore, l'apertura dell'ambasciata statunitense dell'Havana, ringraziando il primo Pontefice latino-americano della storia.

In realtà è stato il Papa in persona, di recente, a minimizzare il proprio ruolo nel disgelo tra Stati Uniti e Cuba, culminato con la cerimonia odierna. «Il processo tra Cuba e Stati Uniti non è stato una mediazione. C'era un desiderio che è arrivato da entrambe le parti. E, dico la verità, sono passati tre mesi: io ho soltanto pregato su questo», si è schermito il Pontefice intrattenendosi con i giornalisti sul volo di ritorno dall'America latina a Roma. «La cosa è andata da sola, è stata la buona volontà dei due Paesi, il merito è loro, che hanno fatto questo. Noi non abbiamo fatto quasi nulla, soltanto piccole cose, e a metà dicembre è stato annunciato», concluse Francesco con gesuitico understatement. Che non collima perfettamente con ricostruzioni di due studiosi americani che stanno per mandare alle stampe, alla vigilia del viaggio di Francesco nell'isola caraibica, un libro sui retroscena di quella medizione.

A dicembre scorso, in effetti, Barack Obama e Raul Castro annunciarono in due distinte conferenze stampa quasi contemporanee e in mondovisione la svolta dei rapporti diplomatici dopo 54 anni. Tanto il leader statunitense quanto quello cubano ringraziarono pubblicamente il primo Pontefice latino-americano della storia.

Pochi minuti e la segreteria di Stato vaticana diramava una nota nella quale si comunicava che «il Santo Padre desidera esprimere vivo compiacimento per la storica decisione dei Governi degli Stati Uniti d'America e di Cuba di stabilire relazioni diplomatiche, al fine di superare, nell'interesse dei rispettivi cittadini, le difficoltà che hanno segnato la loro storia recente. Nel corso degli ultimi mesi, il Santo Padre Francesco ha scritto al Presidente della Repubblica di Cuba, S.E. il Sig. Raúl Castro, ed al Presidente degli Stati Uniti, S.E. il Sig. Barack H. Obama, per invitarli a risolvere questioni umanitarie d'interesse comune, tra le quali la situazione di alcuni detenuti, al fine di avviare una nuova fase nei rapporti tra le due Parti. La Santa Sede, accogliendo in Vaticano, nello scorso mese di ottobre, le Delegazioni dei due Paesi, ha inteso offrire i suoi buoni offici per favorire un dialogo costruttivo su temi delicati, dal quale sono scaturite soluzioni soddisfacenti per entrambe le Parti. La Santa Sede - concludeva la nota - continuerà ad assicurare il proprio appoggio alle iniziative che le due Nazioni intraprenderanno per incrementare le relazioni bilaterali e favorire il benessere dei rispettivi cittadini».

Solo pochi giorni prima, con un gesto che spiegava il peso diplomatico attribuito dalla Casa Bianca al Palazzo apostolico, il segretario di Stato Usa John Kerry era volato a Roma per vedere, per la seconda volta in un anno, il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin. Nel corso dell'incontro è stato tra l'altro illustrato «l'impegno degli Stati Uniti per la chiusura del carcere di Guantanamo e il desiderio di una favorevole attenzione della Santa Sede alla ricerca delle soluzioni umanitarie adeguate per gli attuali detenuti», riferì sibillino il portavoce vaticano Federico Lombardi. Che tacque a chi ricordava che nell'incontro dell'anno prima Kerry e Parolin avevano parlato anche di Cuba. E oggi, dall'Havana, nell'elenco di quanti gli Stati Uniti e Cuba debbono ringraziare per l'avvio del disgelo nelle relazioni tra le due nazioni Kerry ha citato per primo «Papa Francesco e il Vaticano che hanno reso possibile tutto questo», sottolineando come «non è un caso che Papa Francesco sarà qui in visita presto».

Jorge Mario Bergoglio si recherà a Cuba dal 19 al 22 settembre. E' il terzo pontefice a visitare l'isola caraibica dopo Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. La diplomazia della Santa Sede ha sempre riservato un'attenzione particolare a questa isola comunista a poche miglia dalle coste statunitensi, un angolo di mondo dall'enorme valore simbolico sia per gli equilibri geopolitici mondiali che per l'evangelizzazione della Chiesa. Ma la visita di Francesco, primo Pontefice latino-americano della storia, nonché il primo Capo di Stato che, per proseguire il suo viaggio a Washington (24 settembre), New York (25 settembre), e Philadelphia (26-27 settembre), atterrerà su suolo statunitense (per la prima volta in vita sua) da Cuba.

Per la Santa Sede, del resto, la questione cubana non si chiude affatto oggi, con l'apertura dell'ambasciata Usa. Non solo è ancora pendente la questione di Guantanamo. Il Papa argentino è ben consapevole, poi, dei rischi che una transizione troppo improvvisa potrebbe avere su un paese che si avvia ad aprire le proprie frontiere a turisti e investitori nord-americani. Né al Papa che ha appena pubblicato l'enciclica ecologica Laudato si' (poco gradita negli ambienti repubblicani Usa) piace una prospettiva liberista o capitalista per l'isola che è stata culla della rivoluzione castrista. Francesco non sposa certo l'ideologia marxista o guevariana. Una versione tutta ispano-americana allo sviluppo, però, sottratta al colonialismo culturale straniero, incentrata sulle aspirazioni del popolo e forgiata nello spirito cristiano gli sembra la via che non solo Cuba, ma l'intera America latina, dovrebbe percorrere. Con Raul Castro, che come il fratello Fidel ha studiato dai gesuiti, però, non sono mancati, nell'udienza concessagli dal Papa nei mesi scorsi, momenti di sintonia («Leggo tutti i discorsi del Papa, se continua così tornerò alla Chiesa cattolica», rivelò il lider cubano. «Potrei ricominciare addirittura a pregare, anche se sono comunista»).

Papa Francesco, insomma, ha un ruolo da giocare per il futuro di Cuba. E anche sul passato, la sua presenza sarebbe stata meno impalpabile di quello che egli, schermendosi, ha sostenuto. Esce in ottobre un libro, scritto da Peter Kornblum e William M. Leogrande, «Back Channel to Cuba: The Hidden History of Negotiations Between Washington and Havana», che viene anticipato oggi da Luis Badilla sul sito Tierras de America. La famosa lettera del Papa a Castro e Obama, mai pubblicata, sarebbe stata discretamente portata 'brevi manu' ai due presidenti dal cardinale di Havana Jaime Ortega, grande mediatore della svolta diplomatica nonché grande elettore di Francesco al Conclave del 2013. Nella missiva, il Papa avrebbe dichiarato la sua disponibilità a 'un aiuto nella forma che sia necessaria' per portare i due paesi a parlarsi.

L'idea di coinvolgere il Papa, lungi dall'essere estemporanea, sarebbe stata proposta per primo da un deputato democratico dell'Illinois, Dick Durbin, e poi portata avanti dal senatore democratico del Vermont Patrick Leahy, che avrebbe poi discusso dell'ipotesi con lo stesso cardinale Ortega, nonché con i cardinali Tehodore McCarrick, arcivescovo emerito di Washington, e Sean O'Mally, arcivescovo di Boston, papabile allo scorso Conclave, altro grande elettore di Bergoglio nonché pezzo da novanta del pontificato (a lui, per dire, cappuccino, ex missionario in America latina, il Papa ha affidato la guida della commissione per la prevenzione della pedofilia).

Di certo - come ha detto il Papa sempre di ritorno dall'America latina - Cuba e Stati Uniti, «tutti e due guadagneranno qualcosa e perderanno qualcosa, perché in un negoziato è così. Ma quello che guadagneranno tutti e due, è la pace. Questo è sicuro. L'incontro, l'amicizia, la collaborazione: questo è il guadagno. Ma cosa perderanno non riesco a pensarlo, saranno cose concrete, ma sempre in un negoziato si guadagna e si perde». Parola di Papa che, senza sbandierarlo, ha aiutato due nemici storici della guerra fredda a parlarsi dopo oltre mezzo secolo.