24 gennaio 2021
Aggiornato 17:30
E se l’Isis riuscisse a stabilire un vero e proprio Stato?

Se non sconfiggeremo lo Stato islamico, dovremo imparare a conviverci

Non dobbiamo temere l'Isis soltanto per la sua componente «terroristica». Il rischio a cui non pensiamo mai è che, se le bombe non la fermeranno, riesca a stabilire uno Stato vero e proprio. Uno Stato con cui la comunità internazionale, volente o nolente, finirà per doversi rapportare

ROMA - Prima un razzo contro una barca della marina militare egiziana nel mar Mediterraneo. Poi la strage di marine nel Tennessee. Quindi l’arresto di alcuni jihadisti in Francia. E ancora, nuove minacce al nostro Paese, con la tomba di Dante a Ravenna dichiarata possibile obiettivo dei terroristi. Nel giro di poche ore, l’Isis è tornata a dominare le cronache internazionali. Ma a farci paura non dovrebbe essere solo la sua componente propriamente «terroristica», ma soprattutto quella territoriale e «istituzionale».

Uno Stato in erba
Forse ci eravamo abituati a pensare all’Isis come all’ultimo gruppo di fanatici nato da una costola di Al Qaeda, e ci eravamo convinti che le bombe avrebbero potuto arrestarne l’avanzata. Eppure, se i bombardamenti – come sembra – non avranno successo, prima o poi potremmo essere costretti a pensare al Califfato come a un vero e proprio Stato. In fondo, i jihadisti di Al Baghdadi già controllano un territorio esteso più o meno come la Gran Bretagna; recentemente hanno preso Palmira, minacciano Damasco, e anche se non riusciranno a conquistare Baghdad, potranno infiltrare armi e combattenti e seminare il caos.

Odia la modernità occidentale, ma vi si ispira
Il fronte che combatte l’Isis è troppo diviso per essere temibile. In più, le complessità geopolitiche della regione consegnano allo Stato islamico alleati pur riluttanti e potenziali nemici pronti a voltare la faccia dall’altra parte. Insomma: forse è ancora presto, ma non si può escludere che, se le cose continueranno così, lo Stato islamico diverrà un attore con cui la comunità internazionale sarà costretta a rapportarsi. Del resto, nonostante la sua antipatia nei confronti dell’Occidente, il Califfato ha interiorizzato alcune caratteristiche dello «Stato moderno» di stampo occidentale: la capacità di esigere certi comportamenti da chi risiede sul territorio, una certa concezione della «legge» e della «giustizia», una decisa rivendicazione di autorità e sovranità. Tutto ciò, per quanto i metodi usati ci possano apparire barbari e in alcuni casi pre-moderni.

La comunità internazionale dovrà infine riconoscerlo?
E’ quindi un errore derubricare il Califfato a Stato che non si formerà mai davvero, o che, nel remoto caso in cui lo faccia, sarà completamente estraneo alla «nemica» modernità occidentale. Basti guardare le tecniche di comunicazione messe in atto, che sfruttano media e linguaggi a cui siamo sensibilissimi. Cossiga e Bonarota, due firme di Limes, si spingono ancora più in là: quello Islamico, per certi versi, sarebbe ancora più moderno dei nostri Stati, in quanto aspira a una dimensione transnazionale. Che cos’è in fondo l’Unione Europea, se non – almeno in origine – un progetto basato su una comunanza  valoriale e storico-culturale che mirava ad ottenere riconoscimento istituzionale? Inutile sottolineare le differenze tra le due realtà, e il carattere quasi paradossale di un simile confronto. Eppure, la provocazione colpisce nel segno: in tanti altri casi la comunità internazionale si è rifiutata a lungo di legittimare movimenti che hanno portato alla nascita di Stati veri e propri, ma alla fine ha dovuto cedere. Si pensi alla Repubblica popolare cinese, che gli Stati Uniti hanno riconosciuto solo nel 1979. In molti casi, Stati nati da movimenti rivoluzionari hanno finito per abbandonare posizioni ideologiche ferocemente puriste, per farsi accettare nel consesso internazionale. Succederà anche allo Stato islamico? E’ presto per dirlo. Di certo, se non riusciremo a sconfiggerlo militarmente, le possibilità non sono molte. Anzi, è una sola: dovremo imparare a conviverci.