20 novembre 2019
Aggiornato 02:00
Giappone

Akihito compie 81 anni

Sono state migliaia le persone che hanno voluto salutare l'Imperatore Akihito nel giorno del suo genetliaco. La minuta figura del Tenno s'è offerta, assieme all'imperatrice Michiko, alle oltre 23mila persone che si sono riunite sotto il balcone del Giardino orientale del Palazzo di Tokyo.

TOKYO - C'è un'età in cui il passato pesa. Anche, anzi forse ancor di più, se sei un uomo investito di una grande responsabilità, addirittura un sovrano. Così Akihito, l'imperatore - meglio il «Tenno» («Sovrano celeste») - del Giappone, nel suo 81mo compleanno ha volto lo sguardo a quanto è accaduto un settantennio fa e ha lanciato un appello a fare in modo che «non siano morte invano» le vittime della Seconda guerra mondiale.

Sono state migliaia le persone che hanno voluto salutare Akihito nel giorno del suo genetliaco. La minuta figura del Tenno s'è offerta, assieme all'imperatrice Michiko, alle oltre 23mila persone che - secondo l'Agenzia della casa imperiale - si sono riunite sotto il balcone del Giardino orientale del Palazzo di Tokyo. Lui ha salutato, la folla ha risposto: «Banzai!» Cioè «lunga vita». Con quelle parole in bocca - «Tenno heika banzai!» ("Lunga vita a Sua Maestà l'Imperatore") - centinaia di migliaia di soldati hanno perso la loro vita nel conflitto del Pacifico.

Allora il Tenno era un altro, il padre Hirohito (nome postumo «Showa»), ma Akihito bambino c'era e quelle drammatiche vicende sono rimaste impresse nella sua memoria. Così, nella conferenza stampa formale odierna, ha voluto rievocarle. «Nella precedente guerra, oltre 3 milioni di persone sono morte (in Giappone)», ha ricordato il Tenno secondo il testo ufficiale diffuso dall'Agenzia per la casa imperiale. «Io penso che - ha continuato -, per evitare che siano morte invano, dobbiamo continuare a lavorare per costruire un Giappone sempre migliore: è il compito che noi sopravvissuti abbiamo e che hanno le generazioni seguenti». Un Giappone, ha detto ancora il Tenno, che «nel mondo sia un Paese costruttore di stabilità e pace» e che «proceda sostenendosi reciprocamente coi paesi vicini e con quanti più paesi possibile».

Un auspicio importante, che viene in un momento in cui le relazioni con i vicini non sono affatto idilliache. La vicenda irrisolta da decenni dei rapimenti di cittadini giapponesi da parte delle spie nordcoreane e il programma di armamento missilistico-nucleare di Pyongyang avvelena i rapporti con il regime di Kim Jong Un. Con la Cina, invece, c'è aperta una spinosa questione territoriale oltre a una serie di rivendicazioni storiche che continuano ad allontanare Pechino e Tokyo. A anche con la Corea del Sud, se pure entrambi alleati degli Stati Uniti, le ferite del passato non mancano di far sentire il loro peso nei rapporti del presente.

Lo stesso governo nipponico, d'altronde, sta ragionando su un approccio più assertivo anche in termini militari. La Costituzione imposta nel dopoguerra dagli occupanti statunitensi esclude (all'Articolo 9) che il Sol levante possa dotarsi di forze armate, ma questo divieto è stato già ampiamente aggirato - con l'avallo Usa - attraverso un'interpretazione lasca del dettato costituzionale che permette a Tokyo di mantenere «forze di autodifesa» armate. Il premier Shinzo Abe, dopo aver recentemente vinto elezioni anticipate, assicurandosi i due terzi della Dieta (il parlamento nipponico), ha posto di nuovo sul tavolo la questione della revisione della Carta fondamentale. Non è detto che ce la faccia, ma di certo ormai da tempo la tendenza è quella di superare l'Articolo 9.

Il Tenno di queste cose non può parlare, non può permettersi d'entrare nel vivo della polemica politica. Quella imperiale è ormai una presenza meramente simbolica, che rappresenta sostanzialmente l'unità del popolo giapponese, il suo profondo legame con la tradizione ancestrale. Un imperatore privo di reali poteri politici non è una novità per la storia giapponese.

Dopo le origini semi-mitiche, sostanzialmente dall'XI secolo, il Tenno è stato seplicemente la stentorea figura che dava legittimità ai veri detentori del potere, finché nel 1869 il giovane imperatore Meiji fu portato a Edo (ribattezzata Tokyo, «capitale orientale») e in suo nome partì l'avventura imperialista e coloniale del Giappone. La Restaurazione Meiji rimise il potere nelle mani dell'Imperatore e quanto questi l'abbia esercitato direttamente e consapevolmente è materia di dibattito storico su cui ancora non c'è un consenso, soprattuto per quanto riguarda le fasi dell'espansione in Cina e della guerra del Pacifico.

Con la disfatta bellica, Hirohito rinunciò a due cose: il carattere divino del Tenno e il potere politico. E così l'Imperatore divenne una figura simbolica, un po' simile al Papa, ma senza essere il capo di una religione unificata e piramidale, perché i culti che conosciamo come shintoismo (di cui il Tenno è considerato, in maniera troppo semplificativa, il capo) non formano un sistema religioso strutturato.

Akihito, succeduto a Hirohito-Showa alla morte di questi nel 1989, è il 125mo Tenno del Giappone, esponente di una dinastia che la tradizione vuole ininterrotta. Il suo regno è stato caratterizzato dalla massima discrezione. Nella sua felpata distanza dalla politica, anche la dichiarazione odierna non può essere calata nella contingenza politica. Ma, certo, per il prestigio che il Tenno ha agli occhi dei giapponesi, si tratta di parole che hanno un alto valore simbolico.