5 giugno 2020
Aggiornato 15:00
Albania

Berisha e Rama schierano le folle per il duello finale

Maggiornaza e opposizione albanese hanno indetto due manifestazioni. La guerra «sulla responsabilità» delle vittime accende il clima

BELGRADO - Sarà la piazza a decidere se l'Albania è davvero destinata a trasformarsi nella 'Tunisia d'Europa'. O se gli scontri violenti tra polizia e manifestanti anti-governativi di venerdì scorso a Tirana - tre i morti, oltre 50 i feriti- hanno rappresentato un episodio isolato di una logorante crisi politica capace, invece, di rientrare nei ranghi «delle istituzioni democratiche», come auspicato dalla Comunità internazionale. Tutto dipenderà dall'esito delle ben due manifestazioni che la capitale albanese ospiterà nella settimana entrante: mercoledì 24 gennaio sfilerà il corteo «contro ogni violenza» invocato dal contestatissimo premier di centro destra, Sali Berisha; venerdì 26, invece, toccherà all'opposizione rispondere all'invito del leader socialista e sindaco di Tirana, Edi Rama, a manifestare «per rendere omaggio alle vittime. (...) Per condannare la violenza e il crimine che ha strappato la vita a tre uomini innocenti».

Due messaggi che rivelano come tanto Berisha, quanto Rama, si siano sottratti definitivamente al confronto parlamentare, preferendogli quello delle folle: è la resa dei conti di un braccio di ferro politico che si protrae da 17 mesi e gli albanesi sono chiamati a decidere da che parte che stare. Anche la posta in gioco si è alzata: da venerdì scorso agli argomenti 'classici' della contesa - le accuse al governo di corruzione e brogli e la richiesta dell'opposizione di urgenti elezioni anticipate- si è aggiunto quello 'incandescente' della responsabilità della tragedia. La polizia, con il placet del governo, ha sparato sulla folla inerme, come sostiene Rama? Oppure, le forze dell'ordine «hanno fatto solo il loro dovere» e non hanno nulla a che fare con le vittime, come afferma Berisha? Seppelliti i morti, il clima di relativa calma che si registrava a Tirana sembra tornato quanto mai fragile.

Alla tesa vigilia del duello di piazza fa da sfondo, peraltro, quello istituzionale che si sta consolidando tra Procura albanese e forze dell'ordine. Il portavoce della Procura albanese, Plator Nestori, ha infatti confermato che «la polizia non ha ancora eseguito i mandati d'arresto», emanati a carico di sei militari della Guardia Repubblicana - il corpo incaricato della protezioni degli alti dirigenti dello Stato - accusati di non essere stati in grado di controllare la folla, incitandola, anzi, alla violenza. Da parte sua, invece, la polizia ha annunciato l'arresto di 113 manifestanti ritenuti responsabili dei disordini.

Una polarizzazione delle vedute che si è già tradotta in una guerra di immagini mediatiche. Da una parte il video che ha fatto il giro del mondo, trasmesso dal canale albanese News24, che inchioderebbe un militare all'uccisione con arma da fuoco di un manifestante disarmato. Dall'altra le immagini diffuse dalla polizia in cui un manifestante è ritratto con una pistola nella cintura. A dimostrare che le tre vittime sono state uccise da proiettili di armi di piccolo calibro «non in dotazione alle forze dell'ordine», come ha dichiarato Berisha.

Intanto, domani, la delegazione dell'Ue a Tirana ha convocato gli ambasciatori dei principali Paesi accreditati in Albania per fare il punto della situazione. Rispetto agli appelli di Consiglio d'Europa (che attende Berisha giovedì a Strasburgo, alla vigilia della seconda manifestazione socialista),Osce, Ue e Usa a riportare il dialogo «nel quadro delle istituzioni democratiche», il premier e il suo avversario sembrano infatti rimasti sordi.
«La maggioranza degli albanesi, indipendentemente dal colore politico, non è per la violenza» ha escluso nuovi disordini, Vincenzo Pastoressa, vicepresidente della Camera di commercio italo-albanese, al telefono con Tmnews. Ora che i due fronti del paese sono schierati, soltanto le piazze lo potranno smentire, in quella che per l'Albania si preannuncia la settimana più lunga.

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