25 maggio 2022
Aggiornato 03:00
Massimo storico per il gas

Prezzi alle stelle di petrolio e gas sull'ipotesi di stop all'import di greggio russo

Il contratto future sul Brent ha superato i 139 dollari al barile, mentre il contratto del petrolio americano Wti ha superato i 130 dollari al barile. Si tratta dell'aumento massimo dal luglio 2008.

Un impianto di lavorazione del gas naturale in russia
Un impianto di lavorazione del gas naturale in russia Foto: Sputnik

Ha avuto l'effetto di una frustata su un cavallo già imbizzarrito, l'annuncio del segretario di Stato Usa, Antony Blinken, di discussioni su una completa messa al bando sul petrolio prodotto dalla Russia. Ha sganciato la «bomba» domenica, a mercati chiusi, e in avvio di settimana le contrattazioni si sono aperte con una nuova fiammata dei prezzi, con il barile di Brent schizzato fino a 139,13 dollari, sui massimi dalla crisi finanziaria del 2008 e non lontano dal picco storico, che venne toccato proprio all'inizio di quell'anno (salvo poi subire, allora, un brutale cambio di rotta con un crollo delle quotazioni, seguito poi dalla recessione globale del 2009).

Successivamente il greggio di riferimento del mare del Nord ha notevolmente ritracciato e nel pomeriggio i futures in prima consegna si scambiano a 122,40 dollari, in rialzo del 3,25% rispetto ai livelli di venerdì scorso. Stessa dinamica sul West Texas Intermediate, balzato fino a 130,50 dollari per poi smorzare il rialzo al più 2,61% a 118,71 dollari. Le quotazioni risultano molto volatili.

«In questo momento stiamo discutendo con i nostri partner e alleati europei su un modo coordinato di mettere al bando le importazioni di petrolio dalla Russia, mentre assicuriamo che ci sia un approvvigionamento appropriato sui mercati mondiali», ha detto ieri Blinken. «Questa discussione è molto intensa».

In Europa i commenti sono giunti dopo che queste dichiarazioni avevano già scatenato le impennate dell'oro nero, spedito a stelle sempre più distanti i prezzi del gas e innescando nuovi crolli dei mercati azionari. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, che ha rilasciato alcune dichiarazioni stampa all'avvio di una bilaterale con il presidente del Consiglio, Mario Draghi, non ha dubbi: «dobbiamo sbarazzarci della dipendenza da gas, petrolio e carbone russi», ha detto.

Von der Leyen ha aggiunto che domani la Commissione presenterà nuove proposte sui tre pilastri principali della strategia Ue sull'energia. Li ha successivamente sintetizzati un portavoce dell'esecutivo Ue: primo, diversificare fonti e fornitori di energia e gas. Secondo, accelerare gli investimenti sulle rinnovabili. Terzo, sforzi sull'efficienza energetica.

Il problema è che questa strategia potrebbe non avere tempi compatibili con i problemi che si aprono in uno scenario di messa al bando del petrolio russo: Mosca controlla il 5% delle forniture globali di greggio e il 10% dei prodotti raffinati. E le sanzioni già decise, a seguito dell'invasione dell'Ucraina, hanno determinato un fuggi fuggi di imprese, investimenti e tecnologie che può comunque danneggiare le capacità di produzione russa.

Il Financial Times ricorda che proprio nel precedente picco dell'oro nero, nel 2008, la Russia stava per invadere la Georgia e che anche allora i paesi occidentali premevano sull'Arabia Saudita, primo produttore globale e dell'Opec, per aumentare l'offerta e cercare di contenere le quotazioni.

E puntualmente, secondo alcune indiscrezioni di stampa, Washington starebbe ipotizzando un viaggio del presidente Joe Biden a Riad in primavera, non immediato quindi. Parallelamente si potrebbe pensare a un allentamento delle sanzioni contro il Venezuela, sempre per sostituire il greggio russo.

Difficilmente questo potrebbe assicurare risultati concreti sull'immediato, mentre gli effetti annuncio sui mercati globali sono stati istantanei. E molto rapidamente si stanno vedendo le ricadute anche in vari mercati al dettaglio. In questi giorni i prezzi di benzina e diesel (servito) hanno superato i 2 euro al litro. Intanto sono rincarate tutte le materie prime, anche agricole, preludio con ogni probabilità di rincari su vasta scala dei beni alimentari (peraltro la Russia è anche un produttore di primo piano di fertilizzanti, oltre che di grano).

La presidente della Camera Usa Nancy Pelosi vuole trainare il Congresso a varare una «legislazione forte» per isolare la Russia, incluso il divieto totale dei prodotti petroliferi e energetici. Ma questo mentre Washington si trova esposta a causa delle scelte che la stessa amministrazione Biden aveva deciso a inizio mandato, per onorare gli impegni su clima, ad esempio facendo saltare il maxi oleodotto «Keystone XL» con il Canada.

E non solo negli Usa, anzi ancor più nell'Unione europea questa potenziale crisi energetica interviene dopo mesi e mesi in cui a seguito delle scelte di «transizione green» gli investimenti in nuova produzione sono stati frenati o eliminati.

E così, in un lasso relativamente breve di tempo, specialmente per gli standard di un settore come quello dell'energia, si è passati dalla convinzione che l'avvento di petrolio e gas di scisto avesse creato un'era di abbondanza, a un quadro diametralmente opposto.

Certo, è possibile che la guerra in Ucraina e queste impennate dell'energia portino a un pesante rallentamento della crescita economica, che poi frenerebbe anche la domanda di greggio. È uno scenario di cui hanno già parlato alcuni esponenti della Bce, che giovedì vedrà riunirsi il Consiglio direttivo, che proprio per queste ipotesi potrebbe essere frenato nel rispondere alle continue accelerazioni inflazionistiche. Ma certo sarebbe una magra consolazione, quella di attendersi che a riportare la calma sarebbe un peggioramento dell'economia.

Un altro possibile contributo all'offerta di greggio potrebbe arrivare da un eventuale accordo diplomatico con l'Iran. Ma non è detto che questo sia inquadrabile in uno scenario di breve termine, visto l'avvicinarsi delle elezioni di midterm negli Usa.

In più, questo shock sta deflagrando in un contesto di forti stimoli all'economia, che secondo alcuni analisti citati sempre dal FT potrebbe far pensare agli operatori che vi siano ancora margini per assorbire rialzi. E forse questo spiega in parte l'apparente freddezza, finora, dell'Opec a fare qualcosa in termini di maggiore offerta (su questo potrebbero pesare anche considerazioni di natura geopolitica).

Insomma il quadro è complicato e molto volatile. E infatti uno degli effetti delle ultime turbolenze e è stata una nuova fuga degli investitori verso gli asset ritenuti più sicuri, come il dollaro o l'oro che è tornato sopra i 2.000 dollari l'oncia e, a sua volta, è poco distante dal massimo storico toccato a inizio 2020, guarda caso proprio prima del collasso economico causato da lockdown e misure anti Covid.

Il presidente Ucraino Volodymyr Zelensky in uno dei suoi videomessaggi ha pressato anche per la messa al bando del petrolio russo. In questo primo semestre di 2022 la presidenza di turno dell'Unione europea spetta alla Francia e su questi temi finora il Ministro dell'Economia, Bruno Le Maire ha avuto toni bellicosi. Oggi, sull'ipotesi di bandire il petrolio russo: «tutte le opzioni sono sul tavolo», ha affermato.

Non ha voluto sbilanciarsi a parlare di misure prima che venissero decise. «Ci lavoriamo con gli altri ministri delle Finanze e c'è un vertice molto importante questa settimana dei capi di Stato e di governo dell'Ue il 10 e 11 marzo. Sarà anche l'occasione - ha detto Le Maire - di esaminare queste possibilità».