19 giugno 2019
Aggiornato 20:30
Manovra finanziaria

Manovra, Di Maio: «Non è una scusa per uscire dall'euro». E spuntano previsioni inquietanti sull'effetto spread

Il Def «non deve preoccupare i mercati e non credo che li preoccuperà». Poi spuntano i tre scenari dell’Ufficio parlamentare di bilancio sugli interessi sul debito

Il vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, durante «L'intervista» di Maria Latella
Il vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, durante «L'intervista» di Maria Latella ( ANSA )

ROMA - «La manovra non è la scusa per uscire dall’Europa o dall’euro come hanno pensato diversi analisti». Lo ha detto il vicepremier Luigi Di Maio nel corso de L’intervista di Maria Latella su Sky. «Ho visto diversi analisti non c’entrare l’obiettivo - ha detto - pensando che adesso si voglia usare la scusa della manovra per per uscire dall’Europa o per uscire dall’euro o per combattere l’occidente. Tutte sciocchezze». Nella definizione del Nadef, ha spiegato «abbiamo chiesto diversi scenari al Mef e li abbiamo analizzati» arrivando poi «al 2,4% che non è una sfida con l’Unione europea. Io non voglio lo scontro, voglio spiegare e vedrete che ce la faremo». Commentando poi l’andamento di Borsa e spread del «venerdì nero» sui mercati, il vicepremier ha aggiunto «era normale che ci fosse una reazione dei mercati alla nostra decisione» ma «è vero che lo spread è salito ma alla fine della giornata è sceso» ed «appena il Def sarà pubblicato si vedrà un grande piano di investimenti». Per Di Maio "è logico che sui titoli delle banche ci siano state le preoccupazioni dei mercati perché si era scommesso che deficit fosse così basso da favorire solo le banche». Il Def, ha aggiunto «non deve preoccupare i mercati e non credo che li preoccuperà».

Gli interessi sul debito
Tanti gli analisi che si sono affrettati a presagire scenari apocalittici. Non solo flat tax, superamento della Fornero e reddito di cittadinanza. Sul fronte delle uscite la manovra per il 2019 dovrà fare i conti con una spesa per interessi sul debito pubblico che torna a crescere interrompendo un percorso di progressivo calo che dura da sei anni, attacca il Sistema. L’aumento dei tassi e l’allargamento dello spread hanno un impatto immediato sulla spesa per interessi. Negli ultimi sei anni è stato questo capitolo di spesa a generare il progressivo miglioramento del livello del rapporto deficit, dicono. Nel 2012 l’Italia ha sostenuto 83 miliardi di spesa per interessi sul debito e nel Def firmato dal precedente governo l’indicazione era per il 2018 un nuovo calo a 63 miliardi.

I tre scenari secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio
Già nei mesi scorsi l’Ufficio parlamentare di bilancio aveva prodotto un'analisi delineando diversi scenari sulle esigenze di rifinanziamento del debito pubblico e una previsione della spesa per interessi. Il primo scenario prevedeva uno shock sullo spread di 100 punti base su tutta la curva dei rendimenti a partire da gennaio scorso e fino al 2020. Già nel 2018 la spesa per interessi sarebbe aumentata di 1,8 miliardi, 4,5 miliardi l’anno prossimo e 6,6 miliardi nel 2020. Lo shock di 100 punti si è materializzato a fine maggio e quindi il maggior onere per l’anno in corso sarà inferiore. Ma un balzo dello spread di 100 punti dopo il varo dell’aggiornamento del Def sembra ottimistico. Sempre l’analisi dell’Upb indicava che uno shock da 200 punti base, dunque in area 300 punti, comporterebbe un impatto doppio. Quindi, secondo questi analisti, per il 2019 la spesa per interessi aumenterebbe di circa 9 miliardi - quasi un reddito di cittadinanza - per superare i 13 miliardi nel 2020. Infine, il terzo e ultimo scenario, che si basa sull’incremento differenziato della curva dei tassi a breve e a lungo termine, applicando lo spread registrato nella prima fase della crisi del debito del 2011: in questo scenario la spesa per interessi aumenterebbe già di 3 miliardi quest’anno, 7,7 miliardi l’anno prossimo e oltre 10 miliardi nel 2020.

Il livello di fabbisogno
E non è finita qui: la spesa per interessi è influenzata non solo dai tassi ma anche dal livello di fabbisogno. L’analisi dell’Upb ipotizza pure un aumento del fabbisogno pari all’1% del Pil nel 2018-2020, dunque più contenuto rispetto all’asticella fissata dal governo per il deficit. La simulazione ipotizza un flusso di maggiori emissioni tale che lo stock dei titoli di Stato a fine 2018 risulti maggiore di circa 17 miliardi rispetto allo scenario base, 380 miliardi di euro l’ammontare delle emissioni per il 2019 e il 2020. Il risultato sarebbe un aumento della spesa per interessi di 140 milioni quest’anno, 560 milioni l’anno prossimo e 1,2 miliardi nel 2020.