23 ottobre 2018
Aggiornato 11:49

Salasso Tari: i rifiuti calano, ma la tassa è sempre più cara

Nonostante la produzione di immondizia si stia riducendo, cittadini e imprese sono costretti a pagare sempre di più, per colpa dell'inefficienza amministrativa
Una ditta di stoccaggio e smaltimento di rifiuti provenienti da raccolta differenziata
Una ditta di stoccaggio e smaltimento di rifiuti provenienti da raccolta differenziata (ANSA/CIRO FUSCO)

ROMA – Sulla Tari i conti non tornano. Mentre cala significativamente la produzione dei rifiuti, in compenso la tassa pagata da cittadini e imprese è sempre più alta, e in continua crescita. Negli ultimi sette anni è aumentata di oltre il 70%, fino ad arrivare nel 2017, complessivamente, a 9,3 miliardi di euro. È quanto emerge dal primo monitoraggio dell'Osservatorio tasse locali di Confcommercio, che evidenzia come i costi eccessivi e ingiustificati derivino, in particolare, da inefficienza ed eccesso di discrezionalità di molte amministrazioni locali, da una distorta applicazione dei regolamenti e dal continuo ricorso a coefficienti tariffari massimi.

Applicazione distorta e inefficiente
L'inefficienza delle amministrazioni locali (in media, il 62% dei Comuni capoluogo di provincia registra una spesa superiore rispetto ai propri fabbisogni), in particolare, costa a cittadini e imprese un miliardo l'anno a causa del mancato raggiungimento degli obiettivi comunitari di raccolta differenziata (siamo al 52% contro il 65% fissato a livello europeo). In molti casi le imprese pagano costi per un servizio mai erogato (con aggravi di oltre l'80%) o per il mancato riconoscimento della stagionalità delle attività. Ad esempio, nel primo caso, a Roma, un distributore di carburante di 300 mq paga 2.667 euro mentre l'importo corretto dovrebbe essere di 446 euro; nel secondo caso, un campeggio di 5 mila mq nel Comune di Fiumicino paga 13.136 euro quando per i soli cinque mesi di attività dovrebbe pagare 5.473, oppure uno stabilimento balneare di 600 mq, nello stesso Comune, paga 1.037 euro a fronte dei 432 che dovrebbe pagare. Per le imprese del terziario sono sempre più evidenti le distorsioni e i divari di costo tra medesime categorie economiche, a parità di condizioni e nella stessa provincia: ad esempio, un albergo con ristorante di mille mq paga 4.210 euro/anno a San Cesario (Le) mentre ne paga 7.770 euro/anno a Lecce; per la stessa attività in provincia di Padova si passa da 4.189 euro/anno di Abano Terme a 5.901 euro/anno del capoluogo.

I commenti delle imprese
Per Patrizia Di Dio, membro di Giunta di Confcommercio con delega all'ambiente «i dati dell'Osservatorio sono la conferma di quanto le nostre imprese siano penalizzate da costi dei servizi pubblici che continuano a crescere in modo ingiustificato. Negli ultimi sette anni la sola Tari è cresciuta di quasi 4 miliardi di euro. Bisogna, dunque, applicare con più rigore il criterio dei fabbisogni e dei costi standard nel quadro di un maggiore coordinamento tra i vari livelli di governo, ma soprattutto è sempre più urgente una profonda revisione dell'intero sistema che rispetti il principio europeo 'chi inquina paga' e tenga conto delle specificità di determinate attività economiche delle imprese del terziario al fine di prevedere esenzioni o agevolazioni. In due parole, meno costi e meno burocrazia per liberare le imprese dal peso delle inefficienze locali di gestione».