29 luglio 2021
Aggiornato 17:30
una polveriera di dimensioni planetarie

Terrorismo, chi arma davvero la mano di Daesh?

Il volume del commercio mondiale di armi è cresciuto del 13,4% raggiungendo un valore approssimativo di circa 64,4 miliardi di dollari. Ecco chi guadagna dalle guerre in corso

ROMA – La Terza Guerra Mondiale è in corso e la maggior parte di noi ha paura. Temiamo l'Isis, e conviviamo quotidianamente con il pensiero che un attentato terroristico possa colpirci in qualsiasi momento. Ma «tante persone potenti non vogliono la pace perché si arricchiscono attraverso l'industria delle armi e vivono di guerre», ha denunciato Papa Francesco. Ed è davvero così, perché la terza guerra mondiale viene combattuta soprattutto perché qualcuno ci guadagna. Chi? Quelli che armano la mano di Daesh, ma anche quelli che – pur senza finanziare direttamente il terrorismo islamico - alimentano il commercio mondiale di armi. Non solo lobby o signori della guerra, ma anche paesi sovrani: Stati Uniti in testa, Russia, Francia, Germania. E in questa lista nera c'è anche l'Italia.

I dati del commercio mondiale di armi
Il rapporto sul traffico mondiale di armi relativo al 2014, stilato dal gruppo di esperti IHS Janes, con sede a Londra, ha pubblicato dei dati allarmanti. Il volume del commercio mondiale di armi è cresciuto del 13,4% rispetto all'anno precedente, raggiungendo un valore approssimativo di circa 64,4 miliardi di dollari. Mentre continuano ad assegnarsi i premi Nobel per la Pace, nel periodo che va dal 2010 al 2014, il trasferimento internazionale dei sistemi di armamento classici è cresciuto del 16%. Si tratta di un mercato estremamente redditizio – com'è facile intuire – e nessuna delle grandi potenze statali intende astenersi dal partecipare al banchetto, pur con delle significative differenze tra le rispettive quote di mercato.

La classifica dei paesi esportatori
Al comando della classifica dei paesi esportatori di armi troviamo gli Stati Uniti, che da soli gestiscono un terzo del traffico a livello planetario e sono stati anche i maggiori beneficiari della crescita del commercio in questione nell'ultimo quinquennio. Le armi col marchio a stelle e strisce fruttano circa 21 miliardi di dollari e sono prodotte soprattutto da aziende leader del settore come Boeing, Lockheed Martin et Raytheon. In seconda posizione c'è la Russia, le cui esportazioni di armi sono cresciute nel 2014 del 9% rispetto all'anno precedente e il cui bottino vale circa 10 miliardi di dollari. In Europa, invece, il primo paese esportatore di armi è la Francia, alla quale va anche la medaglia di bronzo perché occupa il terzo posto assoluto nella classifica mondiale con 4,9 miliardi di dollari intascati grazie all'industria bellica. Ma anche l'Italia si piazza bene: siamo al nono posto per quanto riguarda l’esportazione di armi nel mondo, con un totale di 786 milioni di dollari (circa 700 milioni di euro) di entrate contando solamente il 2014.

Dove sono dirette le armi
Le armi vendute sul mercato prendono soprattutto la via del Medio Oriente e dell'Asia. Il primo paese importatore al mondo, infatti, è l'Arabia Saudita che nel solo 2014 ha speso per armamenti 6,4 miliardi di dollari, scavalcando anche l'India (in pole position fino a poco tempo fa). Seguono gli Emirati Arabi Uniti, con una spesa di 2,2 miliardi di dollari. Secondo il rapporto «Trends in international arms transfers, 2014», appena pubblicato dallo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) è soprattutto con le armi provenienti dagli Stati Uniti e dall’Europa che i Paesi del Gulf Cooperation Council (GCC) stanno incrementando e armando i loro eserciti. Gli Stati del GCC, ma anche l’Egitto, l’Iraq, Israele e la Turchia, sono in lista per ricevere grandi ordinazioni di armi nei prossimi anni.

Cosa sta cambiando
Gli scenari della geopolitica mondiale sono in costante mutamento e il commercio di armi ne segue le evoluzioni. Prima della fine della Guerra Fredda c'erano soprattutto due grandi eserciti che fungevano da magnete per l'industria bellica: quello sovietico e quello americano. Ma quando l'immenso esercito dell'ex Unione Sovietica è stato smantellato, una vera e propria alluvione di armi ha investito il mercato mondiale. Da allora l'industria bellica si è sempre più globalizzata, raggiungendo ogni angolo del pianeta e diventando sempre più abile anche nell'eludere le norme internazionali sulla compravendita di armi. Se prima l'industria bellica era considerata soprattutto un importante strumento di politica estera (si pensi proprio alla guerra fredda tra Usa e Urss), oggi le esportazioni di armi servono soprattutto a far cassa e a incrementare il Pil nazionale. Un ruolo di primo piano, probabilmente destinato a crescere, è inoltre quello svolto dalla Cina: val la pena sottolineare che è diventato il quarto paese esportatore mondiale di armi. Le sue esportazioni sono aumentate del 212% negli ultimi quattro anni, sono dirette soprattutto verso i paesi in via di sviluppo dell'Asia e dell'Africa e sono destinate a sconvolgere i precari equilibri di quelle regioni armando gli eserciti locali. E' evidente, dunque, come le guerre siano non solo finanziate, ma soprattutto cercate. Cantiamo alla pace, ma in realtà stiamo riempiendo una polveriera dalle dimensioni platenarie.