16 ottobre 2019
Aggiornato 22:00
In un'intervista l'ad di Salini-Impregilo si dice pronto all'investimento

Pietro Salini rilancia il Ponte di Messina

Si torna a parlare di ponte sullo Stretto. Stavolta è l'amministratore delegato della Salini-Imprigilo a farlo, considerandola un'opera di grosso profitto per lo Stato. Oltre ai 40mila posti di lavoro prospettati, «a fronte di un investimento di un miliardo e mezzo ne tornavano negli 8 anni 4 e mezzo» allo Stato.

ROMA - «Noi non crediamo assolutamente che questa grande opera come molte delle grandi opere che ci hanno venduto nel passato come fondamentali per lo sviluppo del nostro Paese sia importante». Con queste parole Federico D'Incà, deputato del Movimento 5 Stelle, risponde alle dichiarazioni dell'amministratore delegato della Salini-Impregilo, Pietro Salini, secondo il quale il ponte sullo Stretto di Messina rappresenterebbe un «buon investimento per lo Stato».

PONTE OPERA SECONDARIA - Per il deputato del Movimento 5 Stelle si tratterebbe, in realtà, della solita opportunità per il provato di guadagnare sul pubblico. È necessario, invece, che i fondi pubblici vengano investiti nel ripristino e nel miglioramento di situazioni al limite del drammatico, proprio in quelle due regioni interessate dal progetto: «Questa è un'opera secondaria rispetto alle esigenze del territorio, anche della Sicilia e della Calabria. La Regione Calabria, in questo momento, ha delle difficoltà rispetto dissesto idrogeologico e quindi i soldi dovrebbero essere sfruttati per poter portare un miglioramento alle soluzioni che sono sicuramente a danno del cittadino quando si verificano dei fenomeni superiori o no dal punto di vista meteo. Inoltre soprattutto la Sicilia presenta una soluzione dal punto di vista ferroviario che dire scadente è assolutamente poco. Lì vanno investiti assolutamente dei soldi. Mancano, inoltre, in queste zone alcune tratte autostradali che possono essere di collegamento e miglioramento dell'attuale sistema viario dell'isola. Senza poi pensare al sistema idrico che è assolutamente un colabrodo e mette in ginocchio gran parte dell'isola che pur avendo acqua a disposizione si vede con delle restrizioni che sono davvero da terzo mondo. E queste sono delle priorità. Passando alla Calabria, qui vi è una delle statali più pericolose del nostro Paese, che è la Statale Ionica: va rivista e migliorata per il trasporto locale. Anche lì, poi, vi sono delle tratte ferroviarie che vanno riviste. Questo per fare un punto su quella che è la nostra visione delle opere che devono essere al servizio del territorio e non delle imprese che devono fare le opere».

LA CATTEDRALE NEL DESERTO - Salini a Radio 24 afferma, inoltre, che «Il Ponte di Messina rappresenta 40mila posti di lavori creati in un'area che ne ha fortissimo bisogno». A queste parole il deputato pentastellato risponde: «Se parliamo di investimento in opere pubbliche, qualsiasi opera pubblica può dare lavoro. La scelta è l'opera necessaria e la cattedrale nel deserto. Abbiamo la situazione in Sicilia e Calabria di profondo dissesto idrogeologico e vanno prima sistemate le opere necessarie alla popolazione prima di iniziare un'opera che riteniamo assolutamente inutile e fuori luogo», conclude il deputato D'Incà.

NON SOLO UN CONTRATTO - «Il Ponte dello stretto di Messina lo vorrei fare, non tanto perché rappresenta un contratto e quindi un'occasione di lavoro ma perché per me rappresenta il simbolo di un diverso approccio alle cose in questo paese». Questa la dichiarazione di Pietro Salini, amministratore delegato di Salini-Impregilo, ai microfoni di Radio 24. L'ad di Salini-Impregilo snocciola, poi, una serie di dati relativi ai vantaggi che progetto e costruzione del ponte avrebbero per lo Stato: «Il Ponte di Messina - aggiunge Salina - rappresenta 40mila posti di lavori creati in un'area che ne ha fortissimo bisogno e che oggi vive di sussidi. Secondo me bisogna invertire questa logica, bisogna creare benessere».

40MILA POSTI DI LAVORO - E, continua ancora l'imprenditore, «il ponte di per sé li produce 40 mila posti di lavoro. Significa che quello che noi oggi diamo alla gente per non fargli fare nulla, ne avremo in cambio il ponte di Messina. Abbiamo fatto un conto basato su quello che in un'audizione alla Camera il governo ha raccontato, a fronte di un miliardo e mezzo, che era il contributo pubblico per realizzare questa infrastruttura, vorrei ricordare che dei circa 6 miliardi del progetto, solo un miliardo e mezzo erano a carico dello stato, il resto era tutto a carico dei privati, a fronte di questo investimento di un miliardo e mezzo ne tornavano negli 8 anni 4 e mezzo». L'amministratore delegato conclude affermando che si tratta di un investimento concretamente proficuo per lo Stato, il quale, però, non procede con l'attuazione del progetto solo per una questione dlegata alla soddisfazione di molti che negano i profitti dell'opera: «È un buon investimento, lo farei anche io. Anche se credo ci siano delle resistenze perché c'è una visione molto corta che si basa sul cercare di soddisfare le voci di tutti e l'unanimismo costa molto».