25 febbraio 2020
Aggiornato 01:30
Lavoro

7 italiani su 10 temono di perdere il lavoro

E' quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixe' a proposito dei dati dell'Istat secondo cui nel secondo trimestre dell'anno le persone potenzialmente impiegabili nel processo produttivo sono oltre 6 milioni

ROMA - Ai disoccupati e agli sfiduciati si aggiungono ben sette italiani su dieci (70 per cento) che si sentono minacciati dal pericolo di perdere il lavoro in questo autunno di crisi. E' quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixe' a proposito dei dati dell'Istat secondo cui nel secondo trimestre dell'anno le persone potenzialmente impiegabili nel processo produttivo sono oltre 6 milioni: 3,07 milioni di disoccupati e 2,99 milioni tra scoraggiati o persone che vorrebbero avere un'occupazione ma non la cercano per motivi di famiglia o altri motivi.

IL RUOLO DELLA FAMIGLIA - «La perdita del lavoro - sostiene la Coldiretti - è il rischio più temuto dagli italiani in una situazione in cui per una famiglia su quattro (22 per cento) sarà un autunno di sacrifici economici. Se il 42 per cento degli italiani vive senza affanni, quasi la metà (45 per cento) riesce a pagare appena le spese senza permettersi ulteriori lussi, mentre oltre 2 milioni di famiglie (10 per cento) non hanno oggi reddito a sufficienza neanche per l'indispensabile a vivere. In questa situazione la famiglia - precisa la Coldiretti - è la principale fonte di welfare. Il 37 per cento degli italiani è stato costretto infatti a chiedere aiuto economico per arrivare alla fine del mese ai genitori, il 14 per cento a parenti e il 4 per cento addirittura ai figli. Solo il 14 per cento si è rivolto a finanziarie o banche mentre l'8 per cento agli amici. Spesso considerata superata, la struttura della famiglia italiana si sta dimostrando, nei fatti, fondamentale per non far sprofondare nelle difficoltà della crisi moltissimi cittadini. La solidarietà tra generazioni - conclude Coldiretti - è dunque un modello vincente per vivere e stare bene insieme e non un segnale di arretratezza sociale e culturale come molti si ostinano ad affermare».