29 agosto 2025
Aggiornato 23:00
La crisi in Italia

«Crisi? Il peggio a inizio 2013»

Lo ha affermato il presidente della Piccola industria di Confindustria, Vincenzo Boccia, secondo cui «il momento peggiore della crisi non è passato, ma arriverà nei primi mesi dell'anno prossimo. E nel primo trimestre del 2013 saremo in una situazione delicatissima, con tre grandi Regioni e il Paese intero che andranno a elezioni»

GUBBIO - La fase più difficile della crisi economica arriverà all'inizio del 2013, che sarà quindi un periodo molto delicato per il Paese, tra elezioni politiche e recessione profonda. Lo ha affermato il presidente della Piccola industria di Confindustria, Vincenzo Boccia, secondo cui «il momento peggiore della crisi non è passato, ma arriverà nei primi mesi dell'anno prossimo. E nel primo trimestre del 2013 saremo in una situazione delicatissima, con tre grandi Regioni e il Paese intero che andranno a elezioni».
In vista delle elezioni, ha sottolineato Boccia, «il problema è qual è la visione di politica economica che il prossimo governo ha per il Paese». È necessario quindi un «confronto a tutto campo» sull'agenda economica di chi si candida a governare, «perchè queste sono scelte importanti che riguardano il futuro».
«L'Italia - ha aggiunto il presidente della Piccola industria - è il secondo paese manifatturiero in Europa, dopo la Germania, ma se in Italia non ci fossero costi di produzione molto alti e tasse troppo elevate forse saremmo il primo. Invece fra poco dovremo confrontarci anche con la Francia», che con le nuove norme introdotte dal governo «avrà un costo del lavoro di sei punti inferiore al nostro».

Effetti pesantissimi su occupazione, urgente intervento governo - «C'è una contraddizione evidente - sostiene Confindustria - tra il percorso delineato dall'Aia, sul quale l'Ilva stava lavorando seriamente con ingenti investimenti, e le decisioni della magistratura. Una cosa sono le responsabilità penali, su cui è importante che la giustizia segua il suo corso, altra - affermano gli industriali - è la continuità produttiva e aziendale, che non può e non deve essere messa in discussione, così come la riqualificazione ambientale del territorio tarantino, che nessuno più porterebbe avanti in caso di abbandono dello stabilimento».
«Il risultato drammatico davanti al quale ci troviamo oggi - sottolinea Viale dell'Astronomia - è di privare il nostro Paese della più grande acciaieria di Europa, con imponenti ripercussioni sull'occupazione e, più in generale, su tutta l'economia italiana».
«È a questo punto necessario - aggiunge Confindustria - da un lato, un intervento urgente del governo e, dall'altro, che alla luce della decisione del Gip di Taranto siano rapidamente prese iniziative affinchè l'azienda possa essere messa nelle condizioni di continuare la produzione e assumere precisi impegni sul percorso di riduzione dell'impatto ambientale».

A Taranto 12mila lavoratori, in tutta Italia 25mila con indotto - L'Ilva di Taranto spiega Confindustria, impiega direttamente quasi 12mila addetti, che diventano più di 25mila se si considerano i lavoratori degli stabilimenti di Genova Novi Ligure Racconigi Marghera e Patrica e il relativo indotto. Il polo pugliese ha un capacità produttiva di circa 10 milioni di tonnellate annue, pari a oltre il 40% delle produzione nazionale di acciaio.
«La chiusura dello stabilimento - sottolinea Viale dell'Astronomia - può mettere in ginocchio la produzione manifatturiera italiana, con pesanti ricadute anche sulle aziende acquirenti 'in buona fede', che saranno penalizzate delle forti perdite di produzione». I costi di sostituzione sulla bilancia commerciale e gli extra-costi di approvvigionamento «sono infatti stimabili tra i 4,5 e i 7 miliardi di euro per anno».
I costi per la collettività (cassa integrazione, imposte e oneri sociali) «saranno pari a quasi un miliardo di euro l'anno, mentre la perdita di potere d'acquisto sul territorio di Taranto e provincia è stimabile in circa 250 milioni l'anno».