19 agosto 2019
Aggiornato 06:30
Dopo lo scandalo che ha coinvolto Strauss-Kahn

Totonomine al Fmi, l'esperto: Sarà uno scontro duro

Momani a TM News: «Muro contro cinesi e tedeschi, chance Lagarde»

NEW YORK - Dominique Strauss-Kahn è in una cella di Rikers Island a New York, ma è ancora il direttore generale del Fondo monetario internazionale. Nella sede di Washington dell'istituzione finanziaria, la guida è in mano al vice John Lipsky mentre il numero uno affronta un'accusa di stupro che potrebbe portarlo in carcere per decenni. Da più parti si comincia a suggerire che le dimissioni sarebbero opportune: ma in realtà Dsk avrebbe con ogni probabilità lasciato il Fondo entro luglio per dichiarare la candidatura alle presidenziali francesi del 2012. E anche Lipsky aveva già annunciato l'intenzione di lasciare in estate. Dunque, che le dimissioni arrivino adesso o meno, il Fondo dovrà trovare in fretta un nuovo leader. Comunque vada ci sarà scontro duro ha detto a TM News Bessma Momani, professore associato di Scienze politiche alla University of Waterloo in Canada e ricercatrice specializzata sul Fondo.

«Sarà una vera lotta nei prossimi mesi», ha detto Momani. E questa volta, a differenza delle nomine precedenti, i paesi emergenti come Cina, India e Brasile potrebbero avere una voce in capitolo importante in un processo che per tradizione sceglie un europeo alla guida dell'Fmi, mentre la Banca mondiale è a guida Usa. Washington non parteciperà alle discussioni, secondo Momani, per non finire presa in una potenziale lite: «Gli americani hanno avuto sempre un ruolo chiave. Questa volta se ne staranno tranquilli, preferiscono vedere gli europei battersi tra loro».

Già nel 2009 i paesi del G20 e il board del Fondo avevano accettato di «aprire il processo di selezione in base al merito, e tutti sapevano che erano parole in codice per dire che altri paesi avrebbero potuto avanzare candidature» oltre ai nomi europei soliti. Poi «le cose sono cambiate, gli europei hanno cominciato a dire che con la crisi non era il momento di cambiare», ricorda Momani. E così è cominciato a circolare il nome del ministro delle Finanze francese Christine Lagarde, un nome difficile da respingere «perché sarebbe la prima donna in un club per soli uomini» come è storicamente il Fondo. Ma «c'è pressione per trovare un nome» e potrebbe ancora succedere di tutto.

Axel Weber potrebbe essere la proposta tedesca, ma «i paesi emergenti preferirebbero magari uno spagnolo, i tedeschi hanno fama di duri e conservatori con cui è difficile negoziare». Tempi maturi allora per un cinese alla guida? Non ancora, dice Momani: «I cinesi non hanno chance, molti li vedono come non indipendenti dal partito, e poi la Cina non segue molte delle regole per esempio sul mercato dei capitali. America e Giappone non ci starebbero mai».

La regola non scritta che però tutti all'Fmi sussurrano, dice Momani, è che per diventare capo del Fondo monetario internazionale bisogna essere bravi, ma soprattutto nati nel paese giusto: «Le qualificazioni hanno importanza, ma molto meno della nazionalità. Il passaporto conta per davvero».