6 giugno 2020
Aggiornato 23:30
Processo Thyssen

Thyssen, Boccuzzi: Una mano di fuoco inghiottì i ragazzi

Comincia così, nell'aula del tribunale, il racconto di Antonio Boccuzzi, l'operaio della ThyssenKrupp sopravvissuto al rogo delle acciaierie torinesi

TORINO - «Il 5 dicembre del 2007 avevo il turno dalle 14 alle 22 ma, essendo assente uno dei lavoratori della squadra del turno successivo, mi fermai a fare lo straordinario, come avevamo disposizione di fare nel caso in cui la squadra successiva non fosse completa. Si fermò con me anche Antonio Schiavone perchè uno dei componenti della squadra che subentrava, Angelo Laurino, era appena arrivato e non aveva esperienza».

Comincia così, nell'aula del tribunale, il racconto di Antonio Boccuzzi, l'operaio della ThyssenKrupp sopravvissuto al rogo delle acciaierie torinesi, per il quale sono imputati sei dirigenti. Boccuzzi ricorda i momenti prima dello scoppio dell'incendio, la notte del 6 dicembre 2007: «Roberto Scola si trovava fuori, mentre tutti noi eravamo all'interno del pulpito da cui si dirigono le operazioni. Fu proprio lui, tornando verso di noi, ad accorgersi di un piccolo incendio». A quel punto «tutti uscimmo - continua il racconto di Boccuzzi - e prendemmo gli estintori.

Io rimasi vicino a Rosario Rodinò, a Giuseppe De Masi e a Roberto Scola». Secondo la testimonianza di Boccuzzi l'incendio era partito come un piccolo focolaio che poi diventò un vero e proprio rogo nell'arco di pochissimo tempo: «Ricordo che all'inizio - racconta Boccuzzi - si trattava di un incendio molto piccolo che si sviluppava proprio sotto la macchina spianatrice, sul pavimento che, come accadeva normalmente, era intriso di olio che perdevano i rotoli di acciaio nel passaggio. Provai a usare il mio estintore che risultò essere praticamente vuoto. A questo punto - continua - l'incendio raggiunse la carpenteria e io andai con Angelo Laurino e Bruno Santino a recuperare una manichetta per spegnere il fuoco.

Tirai su la testa e in quel momento ci fu un'esplosione sorda, un boato non molto forte che mi fece venire in mente il rumore che fa una caldaia a gas quando si accende. Le fiamme a qual punto diventarono enormi: sembravano una grossa mano di fuoco, un'onda anomala che ricadde sui ragazzi e li inghiottì». La voce di Boccuzzi è rotta per l'emozione nel ricordare quei terribili momenti nel tentativo disperato di salvare i suoi compagni: «Il calore era insopportabile e il mio orecchio stava cominciando a 'sciogliersi'.

Corsi al pulpito per chiamare i soccorsi ma il telefono non funzionò. Fu a quel punto - racconta Boccuzzi - che vidi Roberto Scola uscire dalle fiamme, lo riconobbi soltanto dal modo in cui si muoveva: lui mi chiamava, io gli gridai di buttarsi per terra. Quando cadde aveva indosso solo brandelli di vestiti e gli erano rimasti pochi capelli. Ricordo che cercando di spegnere le fiamme sul suo corpo non riuscii a spegnerle sulle scarpe che erano intrise di olio. Ricordo nitidamente le piaghe sul suo corpo». A quel punto Boccuzzi andò a cercare aiuto nella vicina linea 4: prese la bicicletta e pedalò urlando perchè qualcuno lo sentisse, gridando che erano tutti morti, perchè tutti si accorgessero subito che quello che era accaduto era molto grave, una tragedia.

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