15 ottobre 2021
Aggiornato 23:30
Fallimento del WTO

WTO, Rocchi: «Fallimento negoziati conferma crisi governo mondiale»

«Mentre la recessione incombe sull’economia mondiale, sarebbe stata necessaria una nuova capacità di disegnare regole per il commercio mondiale»

«Il fallimento della trattativa nel quadro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio conferma la crisi degli attuali strumenti di governo su scala mondiale, dimostrata anche dal recente esito negativo del G8 in Giappone e dall’inefficacia e marginalità del Fondo Monetario Internazionale». Lo dice in una nota la segretaria confederale della Cgil, Nicoletta Rocchi, nel sostenere che: «Il negoziato, avviato nel 2001 con l’obiettivo ambizioso di favorire lo sviluppo mondiale a partire da quello dei paesi più poveri, è finora ripetutamente naufragato sulle sue stesse premesse e sulle speculari indisponibilità dei paesi più sviluppati e delle economie emergenti». Questa fase ultima del negoziato è stata, infatti, continua, «prevalentemente condotta nell’ambito del cosiddetto G7 (Usa, Europa, Giappone, Cina, Brasile, India e Australia), che rappresenta la stragrande maggioranza del commercio mondiale e che non è stato capace di giungere a un compromesso consensuale».

In pieno accordo con le organizzazioni sindacali mondiali, «la CGIL - osserva la dirigente sindacale - ha sempre pensato che avere escluso dal mandato negoziale ogni riferimento al rispetto dei diritti fondamentali del lavoro e alla protezione sociale sia stato un errore grave e un vizio d’origine di una trattativa, che proprio per queste ragioni non è mai stata capace di assumere i tratti dichiarati di un processo finalizzato allo sviluppo sostenibile. Altrettanto grave è stato il rifiuto di misurare concretamente l’impatto reale delle misure di liberalizzazione di volta in volta proposte sulle diverse economie e sulla quantità e qualità dell’occupazione e la loro efficacia per la riduzione della povertà e delle disuguaglianze all’interno dei singoli paesi e tra regioni e regioni del mondo».

«Mentre la recessione incombe sull’economia mondiale, sarebbe stata necessaria - spiega la segretaria confederale Cgil - una nuova capacità di disegnare regole per il commercio mondiale, che offrissero un quadro nel quale le strategie di sviluppo socialmente e ambientalmente sostenibile dei singoli paesi trovassero il loro spazio per sostenere una nuova e più equilibrata divisione del lavoro su scala mondiale: questa visione strategica è mancata e si è continuato a puntare prevalentemente su un acritico e ideologico automatismo tra massima liberalizzazione dei commerci e crescita dello sviluppo e dell’occupazione. Europa e Stati Uniti, pur con tattiche negoziali diverse e diversi livelli di flessibilità negoziale, non hanno saputo manifestare la loro pretesa egemonia con proposte capaci di raccogliere il consenso dei paesi in via di sviluppo, mentre il crescente ruolo politico, economico e commerciale di Cina, India e Brasile, non solo ha posto questi paesi al centro del negoziato, con un’accresciuta capacità di difendere i loro interessi primari, ma al tempo stesso ha offerto loro l’opportunità di coagulare intorno alle loro proposte l’amplissimo fronte dei paesi più poveri, in particolare nell’ambito del negoziato agricolo».

«Se il governo statunitense ha manifestato una sostanziale indisponibilità, al di là di proposte di facciata, ad entrare nel merito delle necessarie concessioni ai paesi più poveri (come nel caso del cotone), l’Unione Europea – che da sola rappresenta oltre il 30% del commercio mondiale – si è presentata profondamente divisa ed è apparsa, all’interno, incapace di difendere alcuni settori importanti dell’economia continentale, e all’esterno, priva di proposte credibili per i paesi più poveri, compresi i partner degli accordi bilaterali, sempre più in sofferenza anche su questo piano. In questo contesto, il governo italiano ha scelto una linea di basso profilo, difensiva, che – al di là delle dichiarazioni ottimistiche – scontava il fallimento del negoziato pur di non scontentare alcuni settori imprenditoriali, senza affrontare i nodi strutturali della capacità competitiva, in agricoltura come nei settori industriali più esposti».

«Il fallimento del negoziato - conclude Rocchi - consegna inalterati i nodi di un diverso sviluppo e della necessità di nuovi strumenti di governo mondiale. Di fronte alla drammatica contemporaneità delle crisi alimentare, energetica e finanziaria, come di fronte all’urgenza del contrasto ai cambiamenti climatici i governi nazionali, a partire dai paesi più forti, e le istituzioni multilaterali dovrebbero promuovere nuovi strumenti di regolazione internazionale, capaci di promuovere in ogni campo la cooperazione reciproca per uno sviluppo sostenibile e un’equa ripartizione delle risorse in un’economia globale che si basi sull’universalizzazione dei diritti, della protezione sociale, del riequilibrio ambientale».