22 gennaio 2021
Aggiornato 08:00
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Giornata Mondiale dell’Alzheimer: quanti sanno che la diagnosi precoce è possibile?

L’Irccs di Brescia è da molti anni attivo nella lotta alla malattia di Alzheimer. La diagnosi precoce è possibile, ma pochi lo sanno

Nelle malattie neurodegenerative, come la demenza e l’Alzheimer non solo è fondamentale la prevenzione ma lo è a maggior ragione, quando se ne sia comunque colpiti, la diagnosi precoce. Non a caso, un famoso slogan degli anni Novanta dell’Alzheimer’s Association recitava: «Diagnosing Dementia: See It Sooner», (diagnosticare la demenza: vederla precocemente). Questo è anche il lavoro che da molti anni svolge l’IRCCS di Brescia, da sempre attivo proprio nella lotta alla malattia di Alzheimer, che ricorda come «la diagnosi precoce è possibile, ma pochi lo sanno».

Perché è di vitale importanza la diagnosi precoce
Purtroppo ancora nella grande maggioranza dei casi, le persone si rivolgono al medico o ai servizi sanitari quando i sintomi della demenza o dell’Alzheimer sono evidenti, e dunque la malattia è conclamata – perdendo così anni preziosi in cui si sarebbe potuto intervenire per tempo. I pazienti, ma più spesso i familiari, si rendono conto che c’è qualcosa di serio che non va quando la persona manifesta problemi come perdita di memoria, agitazione, deliri, aggressività, apatia, insonnia e altri. Tutti segni tipici di una malattia come l’Alzheimer. Nell’ambito della diagnosi precoce, invece, si concentra da anni e con ottimi risultati l’Irccs Fatebenefratelli di Brescia, che è un centro di riferimento nazionale e internazionale in questo campo, insieme alle altre strutture dell’Ordine Ospedaliero San Giovanni di Dio, che hanno predisposto servizi ad hoc per la presa in carico dei pazienti e delle famiglie, si legge in una nota. «Abitualmente, questa forma di demenza viene diagnosticata dopo 2-4 anni di malattia – spiega Orazio Zanetti, primario del reparto Alzheimer del Centro San Giovanni Di Dio – Sono complici di questo ritardo alcuni pregiudizi sull’invecchiamento. Si tende a confondere l’invecchiamento con la prospettiva ‘inevitabile’ di un declino delle facoltà cognitive e in particolare della memoria: si ritiene che rientrino nella normalità, quando si è vecchi, sia la perdita di autonomia che quella della capacità di far funzionare correttamente il proprio cervello. Nulla di più errato. Infatti, è vero il contrario per la maggioranza degli anziani: solo il 7% degli anziani con più di 65 anni ha problemi di demenza».

Non è tempo perso
Anche nel mondo sanitario a volte si ritiene che l’assenza di cure efficaci e risolutive renda inutile e dispendioso eseguire indagini diagnostiche – prosegue la nota – mentre, sottolinea Zanetti, «è importante ed eticamente/professionalmente corretto svincolare il diritto alla diagnosi dalle prospettive di cura. Quest’ultima considerazione vale non solo per le demenze ma anche per tutte le malattie croniche che affliggono le popolazioni che hanno il privilegio di invecchiare a lungo».

La Giornata Mondiale dell’Alzheimer
In occasione della XXV Giornata Mondiale dell’Alzheimer, che si celebra il 21 settembre, l’IRCCS organizza una serie di appuntamenti per famiglie e operatori per informare e sensibilizzare su questa prospettiva: vedere la diagnosi, oltre che come diritto del paziente, come indispensabile premessa alla costruzione di un’alleanza terapeutica tra malato, familiari e personale sanitario. «Quanto più precoce è la diagnosi, tanto più anche il paziente potrà essere attore delle scelte terapeutiche assistenziali che lo riguardano – precisa l’esperto – Sarà possibile condividere scelte terapeutiche e assistenziali ‘adatte’ al malato e alla famiglia. Quest’ultima, in particolare, si sente ancora troppo spesso sola nell’affrontare il lungo decorso della malattia di Alzheimer». In Italia esiste una rete assistenziale nei CDCD – centri per i disturbi cognitivi e le demenze – che sono a oggi circa 600. «Ma è necessario che i malati e i familiari vi si affidino il più presto possibile: solo cosi potranno essere alleggeriti – grazie al contributo di medici, infermieri, educatori, assistenti sociali, psicologi – dal peso assistenziale e dal senso di solitudine», conclude Zanetti.