13 novembre 2018
Aggiornato 07:00

L’aria inquinata di città è come il fumo: danneggia gravemente i reni oltre ai polmoni

Le micro-particelle che si trovano nell'aria di città sono come se non peggio del fumo, dato che tutti le respiriamo. Ora si scopre che le Pm 2,5 danneggiano seriamente reni, oltre ai polmoni
Inquinamento dell'aria
Inquinamento dell'aria (graphbottles | shutterstock.com)

L’inquinamento dell’aria, o atmosferico, è un problema sempre più presente nelle città italiane. Non a caso, recenti indagini hanno rilevato che proprio l’Italia è uno dei Paesi europei con il più elevato tasso di presenza di particelle inquinanti nell’aria delle città. Queste micro-particelle, come per esempio le Pm 2,5, volenti o nolenti ce le respiriamo tutti. E, oltre a tutti i danni alla salute (di tutti) che causano, oggi si ha la conferma che sono come – se non peggio – del fumo, e che provocano seri danni ai reni, oltre che ai polmoni.

Le malattie in agguato
A mettere in guardia dall’inquinamento atmosferico è uno studio condotto dai ricercatori dell’Università del Michigan, che suggerisce come lo smog possa – tra gli altri – causare la malattia renale cronica o Mrc. Questa patologia si sviluppa quando i reni si danneggiano o non riescono più a filtrare correttamente il sangue. «Come il fumo – spiega la dott.ssa Jennifer Bragg-Gresham, autrice principale dello studio – [l’inquinamento atmosferico] contiene sostanze dannose che possono colpire direttamente i reni».

I danni dei metalli pesanti
Oltre alle particelle dannose, l’aria inquinata contiene anche metalli pesanti come piombo, mercurio e cadmio, noti per influenzare negativamente i reni – scrivono i ricercatori. Dall’analisi dei dati acquisiti nello studio è emersa chiara una relazione tra i tassi di malattia renale cronica e la concentrazione delle particelle Pm 2,5 nell’aria. In alcune aree esaminate, in cui vi sono maggiori concentrazioni di Pm 2,5 e metalli pesanti, gli studiosi hanno rilevato rischi di malattia renale cronica superiori alla media, che possono arrivare fino al 19% negli uomini e al 13% nelle donne. Un rischio reale e concreto dunque.