11 dicembre 2019
Aggiornato 01:30
Alzheimer

Alzheimer, scoperto il meccanismo che blocca la memoria. Rivoluzione nelle cure

Un team di ricerca inglese, coordinato da una professoressa italiana, scopre il meccanismo dell’Alzheimer. E’ rivoluzione in diagnosi e cure

Scoperto il meccanismo che blocca la memoria nei pazienti affetti da Alzheimer
Scoperto il meccanismo che blocca la memoria nei pazienti affetti da Alzheimer Shutterstock

La scienza, forse, ha fatto il primo vero passo avanti nell’Alzheimer. Se fino a qualche mese fa molte delle ricerche erano state interrotte per mancanza di progressi, ora sembrano aver preso una piega completamente diversa. Gli scienziati dell'University of Sheffield, infatti, sono riusciti a trovare la chiave dell’insorgenza dell’Alzheimer, la quale potrebbe essere alla base di nuove diagnosi e cure. Ecco di cosa si tratta.

Il segreto è nel cervello
La comparsa dell’Alzheimer potrebbe avvenire in una specifica area cerebrale, chiamata VTA o area Tegmentale Ventrale. La sua scoperta risale a circa un anno fa, quando un ricercatore italiano di nome Marco D'Amelio (Università Campus Bio-Medico di Roma) l’ha identificata per la prima volta. Proprio in questa zona, si evidenzia una perdita di cellule che producono dopamina che possono provocare malfunzionamenti all’ippocampo – ovvero l’area deputata ai ricordi.

Una rivoluzione in campo medico
I risultati ottenuti dagli scienziati inglesi e italiani potrebbero, per la prima volta al mondo, ribaltare completamente la concezione che abbiamo dell’Alzheimer e il metodo in cui vengono effettuate le diagnosi. «I nostri risultati suggeriscono che se una piccola area di cellule cerebrali, chiamata area tegmentale ventrale, non produce la giusta quantità di dopamina per l'ippocampo, un piccolo organo situato nel lobo temporale del cervello, non funzionerà in modo efficiente», spiega la professoressa Annalena Venneri dello Sheffield Institute for Translational Neuroscience (SITraN) dell'Università di Sheffield.

I ricordi partono dall’ippocampo
«L'ippocampo è associato alla formazione di nuovi ricordi, quindi questi risultati sono cruciali per la diagnosi precoce del morbo di Alzheimer. I risultati indicano un cambiamento che avviene molto presto, il quale potrebbe innescare la malattia di Alzheimer. Questo è il primo studio a dimostrare un simile legame negli esser umani», continua Venneri. Per giungere a tali conclusioni, il team di ricerca ha utilizzato la scansione a immagini per mezzo della MRI 3Tesla (Magnetic Resonance Imaging) effettuato su pazienti affetti da Alzheimer (29 persone), da lieve decadimento cognitivo (30 persone) e individui sani (51 volontari). È importante sottolineare che le scansioni ottenute con la strumentazione 3Tesla sono di una qualità notevolmente più elevata del metodo tradizionale.

Si può arrestare più velocemente la malattia?
«Sono necessari ulteriori studi, ma questi risultati potrebbero potenzialmente portare a un nuovo metodo di screening della popolazione anziana per i primi segni del morbo di Alzheimer, cambiando il modo in cui le scansioni del cervello vengono acquisite e interpretate e utilizzando diversi test di memoria. Un altro possibile beneficio è che potrebbe portare a una diversa opzione di trattamento con la possibilità di modificare o arrestare il decorso della malattia molto presto, prima che si manifestino i sintomi maggiori. Vogliamo ora stabilire in che modo si possano vedere le prime alterazioni dell'area tegmentale ventrale e verificare se queste alterazioni possono essere neutralizzate con trattamenti già disponibili», spiega Venneri.

E le placche amiloidi? Che fine hanno fatto?
«A nostro avviso – spiega Venneri ad Adnkronos Salute - le placche amiloidi non sono il target corretto per la forma sporadica della malattia e non riflettono la severità dei sintomi. Il nostro studio e quello di D'Amelio sull'animale suggeriscono un meccanismo diverso per la degenerazione dell’ippocampo». I risultati dello studio sono stati pubblicati il 27 marzo sul Journal of Alzheimer's Disease.