20 novembre 2018
Aggiornato 00:30

Contrordine: i grassi non male al cuore. Ma i carboidrati sì

I cardiologi a congresso sfatano il mito dei grassi che fanno male. Una dieta che comprenda anche adeguate dosi di grassi saturi e insaturi è associata a un più basso tasso di mortalità anzichenò
Contrordine i grassi non fanno male
Contrordine i grassi non fanno male (Shutterstock.com)

BARCELLONA – Grassi sì grassi no. Da decenni è in corso la battaglia contro queste sostanze accusate di causare danni al sistema cardiovascolare, e di conseguenza, essere fautrici di malattie come l’aterosclerosi o eventi come infarto e ictus. Insomma, i grassi saturi e insaturi farebbero male se il loro apporto totale supera il 30% e, peggio, se quello dei grassi saturi supera il 10%, secondo le linee guida. Ma, i cardiologi riuniti a Barcellona per il Congresso della European Society of Cardiology (ESC) concludono con lo studio PURE (Prospective Urban Rural Epidemiology) condotto dai ricercatori canadesi, che mostra come le linee guida siano da rivedere e che un’assunzione adeguata di grassi saturi e insaturi in realtà è associata a più bassi tassi di mortalità. Al contrario, una dieta ricca di glucidi è associata a un più alto tasso di mortalità – facendo ricadere le accuse sui carboidrati: pane, pasta e così via.

Lo studio
I ricercatori dell’Università di Hamilton in Ontario (Canada) hanno presentato i risultati del loro studio – appena pubblicato sulla rivista The Lancet, denominato PURE, che è uno studio osservazionale promosso con l’intento di valutare l’impatto dell’urbanizzazione sulla prevenzione primaria attuata per mezzo dell’attività fisica, lo stile di vita o la dieta; sui fattori di rischio come obesità, ipertensione, dislipidemia eccetera e l’insorgenza di malattie cardiovascolari. Lo studio è durato dodici anni e ha coinvolto oltre 154mila soggetti di entrambi i sessi e di età compresa tra i 35 e i 70 anni. I partecipanti sono stati reclutati tra il 2003 e il 2013 e appartenevano a 18 Paesi ad alto, medio e basso reddito distribuiti nei cinque Continenti – prefigurandosi come uno tra i più grandi e completi studi epidemiologici sul tema cardiologia.

Limitare i grassi non va bene
I risultati dello studio hanno dunque mostrato che limitare i grassi potrebbe non essere una buona idea. «Limitare l’assunzione di grassi – ha infatti sottolineato Mahshid Dehghan, ricercatrice del Population Health Research Institute della McMaster University, e coautrice dell’analisi – non migliora la salute delle persone, che invece potrebbero trarre benefici se venisse ridotto l’apporto dei carboidrati al di sotto del 60 per cento dell’energia totale, e aumentando l’assunzione di grassi totali fino al 35 per cento».

Come si è arrivati alla conclusione
Per arrivare a stabilire un’associazione tra l’assunzione di grassi e carboidrati e l’impatto sul sistema cardiovascolare, gli scienziati canadesi hanno analizzato le abitudini alimentari dei partecipanti allo studio, i quali dovevano riportare in un questionario la dieta seguita e lo stile di vita adottato. Dopo di che, i ricercatori hanno suddiviso i soggetti in diverse classi a seconda della dieta seguita – che si distingueva in base alla percentuale di energia fornita dai diversi nutrienti: carboidrati, grassi o proteine. I dati acquisiti sono poi stati confrontati con quelli relativi agli eventi e alla mortalità cardiovascolare: in totale, durante il periodo di follow-up, ci sono stati 5.796 decessi e 4.784 eventi cardiovascolari.

I risultati
I risultati dell’analisi ha permesso ai ricercatori di osservare come gli individui inseriti nella classe ad alto consumo di carboidrati avessero un rischio di mortalità aumentato del 28 per cento, rispetto a quelli appartenenti alla classe con il più basso consumo di zuccheri – tuttavia questi non presentavano un maggior rischio cardiovascolare. A sorpresa, le persone inserite nella fascia alta per il consumo di grassi mostravano una riduzione del 23 per cento del rischio di mortalità totale e, in più, anche una riduzione del 18 per cento del rischio di ictus e del 30 per cento del rischio di mortalità per cause non cardiovascolari. La riduzione del rischio di mortalità, poi, era diversa a seconda del tipo di grasso assunto: 14 per cento in meno per i grassi saturi, meno 19 per cento per i grassi monoinsaturi, meno 29 per cento per quelli polinsaturi. Nel complesso, una maggiore assunzione di grassi saturi era associata a una riduzione del 21 per cento del rischio di ictus.
«Per decenni – ha sottolineato Mahshid Dehghan – le linee guida nutrizionali hanno puntato l’attenzione sulla riduzione dei grassi totali e sugli acidi grassi saturi, partendo dal presupposto che sostituire questi ultimi con carboidrati e grassi insaturi avrebbe abbassato il colesterolo LDL, riducendo così il rischio di eventi cardiovascolari, ma questo approccio si basa su dati relativi a popolazioni occidentali, nelle quali l’eccesso di cibo è una realtà ben nota». I ricercatori canadesi concludono l’intervento facendo presente che il loro studio ha permesso di indagare e valutare l’impatto della dieta sulla mortalità totale, nonché sulle malattie cardiovascolari in contesti differenti, comprese anche quelle aree in cui il vero problema è la malnutrizione, e non solo laddove non lo è – e dove spesso si mangia in eccesso. Insomma, i grassi non sono da demonizzare, ma la strada è tutta in salita in una società dove oggi impera il ‘tutto light’ e la dieta dei ‘senza’. Staremo a vedere.