4 dicembre 2022
Aggiornato 23:30
L'intervista

Corrado Ocone: «La Russa e Fontana scelte coerenti. I papabili ministri danno garanzie»

Il filosofo e saggista Corrado Ocone commenta al DiariodelWeb.it l’elezione dei presidenti delle Camere e il totoministri per il prossimo governo Meloni.

Corrado Ocone, filosofo e saggista
Corrado Ocone, filosofo e saggista Foto: Ufficio Stampa

Con l'insediamento delle Camere e l'elezione dei presidenti Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana ha avuto ufficialmente il via la nuova legislatura. Ora il prossimo passo sarà la formazione del governo, sulla quale si sono concentrate le trattative tra i partiti di maggioranza. Lunghe, a tratti turbolente, ma che sembrano avere trovato negli ultimi giorni un punto di caduta sui nomi circolati nei retroscena del totoministri sulla stampa. Il DiariodelWeb.it ha commentato questa fase politica con il filosofo e saggista liberale Corrado Ocone.

Professor Corrado Ocone, che impressione le hanno fatto le polemiche sulle elezioni dei due presidenti delle Camere?
Ogni volta in cui una parte politica vince le elezioni, sceglie i presidenti dalla propria parte. Non ci sono persone che non possono accedervi per le loro idee. L'istituzionalità è data dal modo in cui si gestisce la carica, non da quello che si è stati prima o che si sarà dopo, nella parte più politica della propria esistenza.

L'opposizione non sembra pensarla così.
Ma è un argomento capzioso. Ed è evidente dal semplice fatto che, in passato, ci sono già stati altri presidenti molto caratterizzati e divisivi. Penso a Laura Boldrini o allo stesso Roberto Fico che, quando assunse il ruolo di presidente della Camera, era uno dei grillini più barricaderi. Ma anche, nella prima Repubblica, a Pietro Ingrao o Nilde Iotti.

La Russa e Fontana sono nomi che la convincono?
Mi sembra che siano scelte coerenti. Quanto a Fontana, ha delle idee molto nette, ma mi sembra che i suoi atti, pure da ministro della Famiglia, siano stati rispettosi di tutte le opinioni.

Eppure è stato accusato di essere ultracattolico.
Non vedo come si possa essere cattolici più o meno ultra... Questi sono gli argomenti con cui si tenta di sminuire quelle personalità che hanno profili particolari. Per me è un'accusa fuori tempo massimo, legata a un anticlericalismo che, semmai, aveva un motivo storico ai tempi dell'Unità d'Italia, quando si doveva smantellare il potere temporale della Chiesa.

Sta dicendo che la fede religiosa non è un problema politico?
Oggi ognuno è ateo o credente a suo modo. Stabilire a priori che un determinato profilo non può avere voce in capitolo quanto gli altri è del tutto incompatibile con uno Stato di diritto. Ha più a che fare con uno Stato etico, che stabilisce a priori le convinzioni personali che bisogna avere, e come queste devono riflettersi nell'arena pubblica.

Ora si passerà alla formazione del governo. Lei ha auspicato un esecutivo tutto politico.
Assolutamente, io non credo nei governi tecnici o di unità nazionale. Ci sono dei casi estremi in cui sono necessari: quando si è appena votato senza che sia emersa una maggioranza chiara e, anche tornando alle urne, presumibilmente non emergerebbe lo stesso.

Una situazione di emergenza economica, pandemica e bellica non rientra in questi casi estremi?
Niente affatto, le guerre si possono affrontare benissimo con maggioranze ben profilate. La Gran Bretagna di Churchill era governata dai conservatori, eppure tutto il popolo inglese era con il suo presidente.

Insomma, è giunto il momento che la politica si riprenda il primato.
Non bisogna avere paura dei governi politici. Che hanno la possibilità di esprimere la propria politica, di essere giudicati a fine legislatura ed eventualmente mandati a casa. La loro responsabilità è chiara, trasparente. Quanto alla coesione nazionale non si raggiunge attraverso le ammucchiate, ma credendo negli stessi valori di fondo.

In Italia a che punto siamo a livello di coesione nazionale?
Probabilmente non c'è ancora un «noi» condiviso. Questo è il problema.

I nomi dei ministri che si leggono sui giornali la soddisferebbero?
I criteri stabiliti dalla Meloni mi sembrano del tutto condivisibili. Di conseguenza, anche i nomi che circolano lo sono. Molto dignitosi, di esperienza e buonsenso, dotati di una competenza specifica: politica, non tecnica. Cioè non portatori degli interessi delle lobby del settore, ma di una visione d’insieme, e capaci di fare una sintesi. Alcuni, secondo me, danno grandi garanzie.

Ad esempio?
Sicuramente Giorgetti al ministero dell'Economia. Scartata l'opzione tecnica, forse l'esponente di centrodestra che ha più esperienza a livello economico è proprio lui, indipendentemente dal suo partito o corrente d'appartenenza. Ma lo stesso si può dire per Valditara all'Istruzione o Nordio alla Giustizia.

L'ex magistrato non sembra molto gradito a Berlusconi.
Una posizione che mi pare molto strumentale. Se Berlusconi è garantista fino in fondo, direi che quella posizione, a livello di competenza, esperienza e serietà, nessuno la rappresenti meglio di Nordio.

Quanto agli altri ministeri?
Mi pare adattissimo anche Giordano Bruno Guerri alla Cultura. Dove non serve un ministro accademico, ma una persona che sappia che cosa sia la cultura alta, che è altra cosa dalla cultura-spettacolo, e allo stesso tempo abbia capacità gestionali. Leggendo il suo curriculum, tra Vittoriale ed esperienze in Mondadori, lui ne ha fin troppa.

Dunque non è d’accordo con chi dice che al centrodestra manchi una classe dirigente competente.
Se si segue la linea giusta, come ha fatto la Meloni, questo non è affatto vero. Nella Lega ci sono tante persone di alto livello, così come in Fratelli d’Italia, che ha anche preso con sé politici di lungo corso che hanno un passato in Forza Italia, come Marcello Pera o Giulio Tremonti.

E il presente di Forza Italia, invece?
La mia idea è che sia in fase terminale. I partiti, di solito, finiscono o perché non hanno più un elettorato di riferimento, oppure perché non hanno più una leadership chiara. Quello di Forza Italia è il secondo caso. Non è un partito personale nel senso che mette in prima linea il suo segretario, ma è proprio un partito di una persona, legato a quella persona, non può vivere senza quella persona. Berlusconi a un certo punto ha allentato la presa e lì è cominciato il trend negativo.

La leadership si è appannata, ma l’elettorato di riferimento è rimasto.
Ovviamente tutto il ceto che rappresentava, fatto di piccoli imprenditori e liberi professionisti, radicati soprattutto al Nord ma non solo, continua a esistere. Credo che la collocazione più naturale per questo mondo sia la Lega, che ha dimostrato anche capacità amministrative.

Anche la Lega, però, non è uscita trionfante dalle ultime elezioni.
Personalmente vedo una grossa differenza tra l’8% della Lega e quello di Forza Italia. Mi sembra che il Carroccio abbia perso i voti di un elettorato che chiede a gran voce di contare di più e, quindi, per protesta non è andato a votare o ha votato diversamente. E Salvini, con il suo intuito politico, l’ha sicuramente capito, almeno a vedere come si sta muovendo in questi giorni.

I voti in fuga da Forza Italia, invece?
Dipendono dal fatto che Berlusconi, per molto tempo, è stato assente. Ritornato, ha dato una spinta al partito, che però è molto diviso, in preda ai personalismi. Non c’è un erede, non dico carismatico come Silvio, ma nemmeno unico. Tutti i travagli che si riflettono anche sulla partenza del governo sono quelli di una forza politica che, nella logica delle cose, è destinato a scomparire con il suo fondatore.